Siouxsie and the Banshees

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Susan Janet Dallion (Siouxsie Sioux) e i Banshees ci accompagneranno in un percorso a ritroso a cavallo fra gli anni ’70 e fine ’80. Due decenni, per intenderci, di grandissimo fermento musicale in Gran Bretagna, forse fra i migliori, sia dal punto di vista produttivo che espressivo. Siouxsie Sioux e Steven Severin, assieme a Kenny Morris e P.T. Fenton, fin dal 1977 ebbero modo di esibirsi frequentemente durante molti concerti, suonando anche in Francia e al Parasido di Amsterdam: tuttavia, non riuscirono a stipulare contratti con nessuna casa discografica. Per i punk duri e puri i Banshees (Spiriti di donna inneggianti alla morte) simboleggiavano al meglio il rifiuto di qualsiasi compromesso o “svendita” commerciale. Il loro suono, spigoloso, sferragliante, obliquo e austero li rendeva i portabandiera della nuova avanguardia post punk e successivamente dark rock: inutile sottolineare l’impatto enorme sulle nuove generazioni ribelli e outsider musicali che ne seguì. La loro storia cominciò nel 1974, durante un concerto dei Roxy Music a Londra. Oltre al comune amore per la musica, per i Sex Pistols, T.Rex, Velvet Underground e per il forte senso di appartenenza che li accomunava, non lesinarono sin dall’inizio il consumo di droghe e di alcol. Il 29 settembre 1976 fecero il loro debutto sul palco del leggendario 101 Club, suonando meno di 20 minuti: lo scenario con il quale si presentarono al pubblico (svastiche, fruste, tirapugni, cadaveri, feticci), la performance della cantante, tetra, lugubre, aggressiva e inquietante, fu un vero shock. Da quel momento, alla band si unirono Kenny Morris e John McKay, e fu proprio quest’ultimo, con il suono ruvido della chitarra, a caratterizzare il sound del gruppo per buona parte del repertorio futuro. Il passo per un contratto con la Polydor fu breve, così come breve fu il cammino che traghettò la band dal punk al dark, sancito dal disco The scream (1978), riconosciuto dalla critica come una pietra miliare della musica post-punk degli anni settanta, da cui scaturì e si sviluppò a livello planetario il movimento Dark che dominerà tutti gli anni ’80, sancito anche da gruppi come Joy Division, Cure, Bauhaus, Killing Joke, Sisters Of Mercy,e Cocteau Twins, Dead Can Dance. Afferma Siouxie: "Alla fine degli anni '70 non ci consideravamo un gruppo punk, avevamo così poco in comune con artisti appartenenti a questa tendenza". In effetti, il basso pulsante e uniforme e la chitarra stridente sono tipici della nuova ondata. Su The Scream non c'è praticamente nessun riff, così caratteristico per il punk rock, nessuna melodia: ispirato al film “The Swimmer”, con Burt Lancaster, racconta la particolare vicenda di un ragazzo in viaggio per l’America attraverso le piscine della gente che incontra. Siouxsie cominciò a divenire un personaggio di culto nel circuito underground britannico e non solo. Nel 1979, nel bel mezzo di un importante tour inglese, la defezione del chitarrista John Mc Kay e del batterista Kenny Morris costrinse la cantante a ingaggiare gli amici Robert Smith e Lol Thorlust, dei Cure, per concludere affrettatamente la tournée. Nonostante ciò, il successivo Join Hands (1979) confermò in buona parte il talento della band, che accentuò ulteriormente i toni cupi del suo repertorio e la passione per un aldilà dai contorni agghiaccianti. Molti sono i riferimenti letterari agli autori del preromanticismo inglese (Horace Walpole, Thomas Gray, James Macpherson), alla poetica irrazionale del "sublime", che vede l'uomo confrontarsi con la potenza infernale della natura per cercare di riscattarsi. Kaleidoscope (1980) suscitò un notevole entusiasmo, saturo com’è di oriente, ansia, e ricolmo di contrasti. La voce di Siouxie non è mai stata così gentile e toccante, calma. Tuttavia, l’album è semplicemente scioccante per il freddo clima invernale che si respira, il fascino per la morte e l'ansia. Un vero capolavoro. Dal primo all'ultimo minuto abbiamo l'impressione di trovarci nella terra della regina delle nevi, che questa volta è la signora Sioux (a proposito, non più Miss: Siouxsie è diventata la moglie del batterista Budgi). Il suo canto, scattante e penetrante, trafigge e inabilita completamente. Kaleidoscope, in cui non compare più Robert Smith dei Cure, sembra stemperare il fervore demoniaco dei dischi precedenti, virando verso un pop dark dalle tinte vagamente psichedeliche da cui si ricava una sensazione di solitudine straniante. E si giunge a Juju (1981), in cui titolo rimanda a una tradizione musicale nigeriana, considerato unanimemente il capolavoro della band. Si potrebbe qui definire il disco come una sorta di rituale esoterico dai risvolti etno-elettronici. La trance allucinata in cui si muovono i nove episodi del disco esalta il canto di Siouxie, che imperversa come una indemoniata strega, muovendosi fra il tribalismo ossessivo delle percussioni e della chitarra, con suggestioni apocalittiche e nere, fino a toccare lancinanti paesaggi deturpati o atmosfere dal sapore mediorientale e rituali orrorifici e macabri, gotici e satanici. Ma è partendo da quest’ultimo lavoro che qualcosa comincia a non funzionare: Kiss in the dreamhouse (1982) propone una versione edulcorata, lussureggiante, sensuale del dark punk, con strumenti ad archi, violoncelli, tastiere, campane e sovraincisioni vocali: pur ottenendo un buon successo, sancì una pausa di ripensamento fra i musicisti. Siouxie fondò parallelamente i Creatures, insieme all’ex batterista Budgie. Questo progetto diventò col tempo sempre più consistente e produsse alcuni pregevoli dischi, fra i quali ricordiamo Feast (1993) e Anima animus (1999). Con il ritorno di Robert Smith, dei Cure, uscì Hyaena (1984), che prosegue il discorso di Kiss in the dreamhouse: arrangiamenti sontuosi ed epici, barocchi e sofisticati in cui il sodalizio fra la cantante e Robert Smith rappresenta il punto di forza dell’intero disco. La voce di Siouxie si fa più dolce, ammaliata, modulata, sfiora talvolta un tono poetico e trascinante, quasi colonna sonora di una tranquilla ninna nanna. Indubbiamente, il sitar e il marimba hanno dato grazia alla musica, ma il disco manca di austerità e anche di talento. La crisi artistica del gruppo diede luogo a ulteriori cambiamenti, determinando la rottura e la fine di un connubio perfetto. Tinderbox (1986) è una ulteriore prova della virata ormai decisa e consacrata verso un pop dark piuttosto sdolcinato e convenzionale. Peepshow (1988), cui si affiancano il violoncellista Martin McCarrick e il chitarrista Jon Klein (ex Specimen), ribadisce la crisi compositiva e artistica del gruppo: il disco si muove all’insegna dello smarrimento e della confusione, con una band che pare aver perso non soltanto la guida della sua cantante ma anche la rotta. All’uscita di Superstition (1991) si intuisce che la band ha concluso i suoi giorni e che la cantante ha ormai focalizzato la sua attenzione sul progetto da lei fondato: Creature. Un lavoro vacuo e impalpabile, levigato e pop. L’intento, come per i due lavori precedenti, è dichiaratamente commerciale e annacquato, non ispirato. Il canto del cigno, avviene con la pubblicazione dell’undicesimo e ultimo disco di Siouxie and the Banshees: The rapture (1995). L’insistenza dei discografici e l’immedesimazione nel ruolo di dark star di successo costrinsero la cantante all’uscita di questo ultimo disco: un condensato di pop velleitario e inutile alla gloriosa discografia storica della band. Siouxsie & The Banshees hanno messo insieme pezzi di storia contro culturale (grazie anche ad un movimento che si pose radicalmente in opposizione al conformismo del tempo, sia da un punto di vista ideologico che estetico): hanno fatto musica abbastanza accessibile da attirare giovani adolescenti e poi hanno trasmesso la conoscenza ai loro fans. Nell'aprile del 1996 il gruppo decise di sciogliersi dopo 20 anni di lavoro comune: ciò che era stato seminato artisticamente lungo questo ampio percorso musicale mantiene e possiede ancora oggi una grande dignità musicale, sebbene l’ormai estinto movimento globale dark sia stato assorbito, come spesso accade, da una industria estetica tritatutto, vintage e innocua, senza alcun supporto o modello musicale a cui rifarsi. Peccato, perché l’indimenticabile voce di Siouxie riecheggia ancora nell’universo sonoro di questo mondo. Secondo il critico musicale inglese Jon Savage, Siouxsie "era diversa da qualsiasi altra cantante prima o dopo, maestosa ma distaccata". Sul palco, incarnava allo stesso tempo l'immagine di una donna potente e sessualmente provocante, libera dai dettami e dalle norme sociali. Con questa prestazione, ha aperto una nuova era per le donne nella musica.

Di Renzo Bacchini

I CD di Siouxsie and the Banshees in Biblioteca musicale:
The rapture - 13.F.5330
The seven year itch (live) - 15.F.2731
Downside up (raccolta) - 15.F.3546

I vinili di Siouxsie and the Banshees in Biblioteca musicale (non prestabili):
The scream - MD.81.SIO
Kaleidoscope - 18.L.1568
Juju - 18.L.1569
Hyaena - 18.L.1567
Tinderbox - MD.80.SIO
Through the looking glass - 13.L.1584
Peep show - 13.L.1586
Superstition - 13.L.1585