Saperne di più sul MedioOriente

Conoscere la storia complessa di quest'area è importante per comprendere meglio eventi cruciali della storia mondiale

Pubblicato originariamente nel 2008, “Perché Stalin creò Israele” del giornalista, scrittore e storico russo Leonid Mlecin, è un testo veramente interessante che si propone sia di gettare nuova luce su un avvenimento storico importante del mondo moderno, quale è stato la nascita dello stato di Israele, sia di ristabilire la verità storica principale su questo avvenimento, che si era un po' persa nei decenni successivi a causa dei veloci cambiamenti intercorsi nella politica mondiale del '900. Mlecin, coadiuvato da testimonianze storiche importanti quali quelle dei fondatori dello Stato di Israele e soprattutto da documenti recentemente scoperti negli archivi sovietici sottolinea come nella nascita di Israele il ruolo di Stalin sia stato fondamentale. Nel 1948 infatti, al momento della votazione, in sede ONU, per decidere le sorti del Medio Oriente egli autorizzò il voto, favorevole e determinante per la nascita di Israele, dell'URSS e di altre nazioni nella sfera di influenza sovietica.  Senza quei voti Israele non sarebbe mai nato. Ma i documenti sovietici svelano anche una realtà molto meno nota di questa: nel 1948, nel pieno della guerra di indipendenza seguita al voto ONU sulla spartizione della regione, in cui Israele si trovò ad affrontare gli eserciti delle nazioni arabe circostanti che si opposero con la forza alla nascita dello Stato Ebraico, l'Unione Sovietica fornì addirittura armi allo stato ebraico, violando l'embargo sostenuto, al contrario, da Stati Uniti e Gran Bretagna, le quali temevano, all'epoca, che favorendo troppo Israele, si sarebbero inimicate tutte le nazioni arabe. Ma il libro descrive anche il raffreddamento successivo nei rapporti fra Israele e URSS causati dal progressivo allontanamento di Israele da un modello di società di tipo socialista e da un avvicinamento a un modello più di mercato e capitalista con una politica (secondo l'URSS) di  tipo “imperialista” e che lo spingeranno sempre più verso un'alleanza naturale con gli Stati Uniti.

 

Pubblicato originariamente nel 2006, La pulizia etnica della Palestina, è una delle più importanti e discusse opere moderne sulla storia del conflitto israelo-palestinese. Ilan Pappe è uno studioso e accademico di origine israeliana che rientra nella cerchia di quegli storici (come Morris, Said) che hanno tentato di dare una svolta più moderna alla storiografia israeliana. La sua posizione è, inoltre, piuttosto critica verso l'establishment politico e accademico israeliano ed egli ha anche addirittura sostenuto, nel 2005, il boicottaggio (incluso quello accademico) di Israele. Anche per questa ragione, dopo aver insegnato per anni ad Haifa, in Israele, ha deciso di trasferirsi in Gran Bretagna. La tesi centrale del libro è che, secondo la documentazione raccolta da Pappe (inclusi documenti contenuti negli archivi militari israeliani, desecretati nel 1998), già negli anni '30, la leadership del futuro Stato d'Israele (in particolare sotto la direzione di uno dei padri della nazione, cioè David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina, a danno degli abitanti arabi. Questo dunque sarebbe in contrasto con la versione ufficiale della Storia come è stata tramandata dal 1948, anno della fondazione di Israele, secondo la quale furono i leader del mondo arabo che, rifiutando il piano di spartizione dell'ONU e decidendo di entrare in guerra contro Israele, convinsero le masse palestinesi ad abbandonare spontaneamente i territori per facilitare l'ingresso delle truppe arabe sul territorio. Si tratta di un libro davvero molto interessante che permette di conoscere retroscena poco conosciuto su questo storico conflitto e che ha suscitato un ampio dibattito sui media, non solo in ambito accademico.

 

Uscito in edizione originale nel 2002, nel pieno della seconda Intifada Palestinese, La guerra dei sei giorni, di Michael B.Oren, è, senza dubbio, uno dei più esaustivi libri su questo conflitto breve ma intenso e con risvolti che perdurano nel tempo e si trascinano fino a oggi. La schiacciante vittoria di Israele sui paesi arabi confinanti (Egitto, Siria, Giordania) nei sei giorni di conflitto, provocò infatti la nascita di una disputa, quella sui territori conquistati da Israele (con la relativa nascita di colonie israeliane nei territori conquistati come ad esempio la Cisgiordania e le Alture del Golan in Siria) che tuttora sono un ostacolo al raggiungimento della pace nel conflitto mediorientale. Scritto da uno studioso e analista israeliano, il libro non è però assolutamente una celebrazione del successo militare israeliano ma è piuttosto un'analisi approfondita dei risvolti politici e militari collegati al conflitto, partendo dalla crisi del canale di Suez del 1956 (che vide contrapporsi l'Egitto di Nasser a Gran Bretagna, Francia e Israele) e che di questa guerra rappresenta il prologo, arrivando a descrivere nei dettagli lo sfondo e la tensione propri della sfida globale dell'epoca della guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Quello che colpisce è anche l'esaustività nella descrizione delle attività militari che sono narrate in maniera dettagliata per ogni giorno del conflitto. Si tratta, insomma, di un testo fra i più interessanti per chi voglia informarsi su questo importante conflitto, uno dei numerosi in un Medio-Oriente perennemente in fermento e in cui le prospettive di pace sembrano ancora un miraggio.

 

Thomas L. Friedman, giornalista ebreo-americano, pubblica questo libro in edizione originale nel 1989. Si tratta di un reportage, sulla situazione mediorientale dell'epoca, estremamente interessante e di grande attualità anche oggigiorno, anche in considerazione del fatto che gli attori che si muovono come protagonisti sulla scena politica del medio-oriente sono pressoché gli stessi dell'epoca in cui il libro è stato concepito, cioè gli anni '80 del '900. C'è da sottolineare come Friedman non fosse un giornalista qualunque e questo è ben sottolineato dal suo curriculum: prima corrispondente a Beirut (Libano) dal 1979 al 1981, poi dal 1984 a Gerusalemme (Israele). Nel frattempo vinse ben due premi Pulitzer: uno nel 1983 per i suoi servizi sull'invasione israeliana in Libano e un altro nel 1988 per i suoi reportages sulla situazione mediorientale. Essere un reporter sul campo, dunque, rende le sue testimonianze, incontri e interviste dirette e di prima mano. Ovviamente i suoi punti di maggior interesse sono il conflitto israelo-palestinese e il conflitto libanese, ma i suoi non sono semplici reportages di guerra bensì un tentativo di fare chiarezza e di spiegare la logica, la mentalità e i dietro le quinte delle, sempre variabili, alleanze e dei conflitti fra le diverse fazioni nazionali, etniche e politiche: israeliani, palestinesi, libanesi (questi ultimi con tutte le differenze, anche religiose presenti al loro interno, dunque musulmani sciiti e sunniti, drusi, falangisti cristiani...). Quello che Friedman riesce a fare è rendere con chiarezza i suoi reportages arricchendoli con una più ampia prospettiva storica e soprattutto con un tocco umano molto sensibile: la sua è anche la prospettiva personale di un ebreo-americano deluso dall'aggressività Israeliana e spaventato dalle logiche, spesso contorte, della politica di questa parte del mondo. Un libro molto interessante per chiunque voglia districarsi nella complicata situazione medio-orientale.

 

Pubblicato originariamente nel 1982, questo saggio storico è scritto da Jacobo Timerman, giornalista e attivista per la pace, ebreo originario dell'Argentina, paese dal quale era fuggito nel 1979 a seguito della grave situazione politica presente in quel periodo storico nel paese sudamericano che, fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, era sotto il controllo della dittatura dei generali. Timermam, dunque, giunse in Israele nel 1979, negli anni in cui il paese era governato da una coalizione politica di destra guidata da Menachem Begin. Il governo Begin decise, nel 1982, di dare avvio ad una guerra contro lo stato confinante al nord di Israele, cioè il Libano, reo di ospitare le fazioni militanti dell'OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) che si rendevano responsabili di numerosi atti di terrorismo e che si erano stabilite in Libano dopo essere state cacciate dalla Giordania nel 1970, durante gli scontri del Settembre Nero. La particolarità della guerra in Libano, come ci spiega l'autore, fu data dal fatto che fu la prima guerra di aggressione di Israele a differenza delle guerre precedenti che erano di difesa e non di conquista, e anche che, come suggerisce il titolo, fu la guerra più lunga che Israele avesse affrontato fino a quel momento. Il libro di Timerman non è però un libro di storia che descrive nello specifico gli eventi bellici, bensì più una raccolta di pensieri e riflessioni dell'autore contro il conflitto e in particolare contro le istituzioni di Israele responsabili della guerra, sia politiche (innanzitutto Begin) sia militari (sopratutto Ariel Sharon), colpevoli, secondo l'autore di manipolare l'opinione pubblica e di omettere la verità sul conflitto, ma contiene anche descrizioni della mentalità israeliana dell'epoca, del suo fatalismo e rassegnazione al conflitto, e  anche riflessioni sulla necessità della pace.