La nuova sede della Biblioteca civica

La sala lettura e consultazione della nuova sede della Biblioteca nel 1929

Se tramonta (e a ciò contribuisce l’enorme necessità della cultura in qualsiasi campo si svolga la nostra attività) il sacro terrore, fino a non molto tempo fa esercitato sugli uomini dalla biblioteca, quasicché essa fosse un immenso cimitero d’idee, degno di esser visitato solo da chi avesse un po’ le tendenze del necroforo; non si è venuto però ancora affermando il concetto che, per affrettare codesto tramonto, occorre togliere tutto quanto di morto vi è in una raccolta di libri, perché la penombra, il silenzio, le file misteriose e polverose di scaffali piene di volumi venerandi, che sembrano messi lì per esser guardati e non toccati, la severità fredda delle sale, sono altrettante remore a quell’intimità fra uomo e libro, da cui posson scaturire cose tanto grandi e belle.
Gli americani, in ciò, sono nettamente superiori a noi, le allettano anziché respingere, profondendo ad usura tutto quanto può affezionare l’uomo al locale dove va ad imparare, in modo che vi si senta quasi come in casa propria. La ragione si deve ricercare nel fatto che essendo essi un popolo di nuova civiltà, senza tradizioni artistiche e culturali le quali risalgano molto oltre il secolo scorso, hanno potuto edificare ex novo sedi adatte, con tutto il comfort moderno, per allogarvi e distribuire i libri, guidati da quel senso pratico che a noi, popoli di vecchia civiltà, toppo signori e perciò troppo attaccati alle tradizioni, manca.

Molte nostre biblioteche iniziate da privati nel 4 o nel 500, allogate in palazzi sontuosi, ma privi di comodità, mal potrebbero essere trasportate o modificate, senza suscitar scandalo, quasi si compisse un’opera iconoclasta. Da ciò ne consegue che, per non sciupare ciò che i nostri avi hanno fatto, danneggiamo noi e i nostri nipoti. Non so se, in realtà, le tradizioni meritino tanto rispetto dannoso. Fortunatamente non ovunque le condizioni sono simili  a quelle esposte. In Torino, fra un due mesi al massimo, avremo una biblioteca costruita secondo i più moderni concetti, che prima, in Italia, si libererà delle vecchie pastoie della tradizione.

Parlo della Biblioteca Civica, di cui già scrissi, la quale sta per trasportarsi nella nuova sede di Corso Palestro, nell’edificio già occupato dall’Archivio di Guerra e MarinaL’ufficio tecnico municipale nulla ha risparmiato perché tale sede, rifatta quasi dalle fondamenta, segua i più moderni dettami non solo del comfort, ma anche della prevenzione, contro il pericoloso nemico dei libri, il fuoco, riducendo all’uopo, o meglio, sopprimendo tutto ciò che possa esser materia infiammabile. Porte, finestre, scansie dei libri, tavoli e sedie pei lettori, tutto è in ferro, malgrado che la eleganza di forme con cui tali oggetti sono costruiti non tradisca agevolmente la materia originaria. Dispositivi curati fino al minimo particolare servono a render più vigile la sorveglianza sull’elemento distruttore, tra l’altro un avvisatore elettrico il quale, regolato sulla temperatura normale delle sale , darà l’allarme non appena qualcuna sia surriscaldata. In tal contingenza le bocche di presa d’acqua, a getto lunghissimo, disposte in ogni sala ed in ogni magazzino, azionate dai custodi, possono circoscrivere il fuoco fino all’arrivo de pompieri. Gli stessi fili elettrici della luce, ad evitare corti circuiti, sono totalmente rivestiti da tubi di ferro ed i pavimenti pure dei magazzini sono in ferro, chiusi da porte di ferro, che servono da compartimenti stagni.
Ma eliminare il pericolo non basta, occorre che la biblioteca risponda ai requisiti già enumerati, che inviti, che ospiti signorilmente e ciò lo si è raggiunto curando la disposizione degli ambienti, la luce naturale, che entra a fiotti dalle ampie vetrate di frequenti finestre, l’eleganza e la comodità delle sale, ove massime severe ed originali, incise sui muri, rammentano quale è la funzione, quale è lo scopo dell’edificio. 
L’entrata principale è in Corso Palestro. Due vestiboli, uno più piccolo ed uno più grande immettono al pian terreno. Nel primo, due bassorilievi in marmo bianco, opera dell’architetto dottor Musso dichiarano simbolicamente quale è il fine della Biblioteca Civica: Istruire e dilettare. Uno, infatti, rappresenta il dotto medioevale curvo sui libri; l’altro una giovane donna sdraiata sotto un albero che legge un volume di amena lettura, galeotto forse, perché un amorino malizioso, spuntando di dietro l’albero, incocca una freccia nell’arco.
Nel secondo vestibolo, quattro bassorilievi, del medesimo autore, rappresentano simbolicamente l’evoluzione del libro: Lo scriba egizio, Lo stilo romano, L’incunabolo, La rotativa. Quattro età, quattro stadii dell’amico dell’uomo.
Questi vestiboli conducono allo scalone d’accesso ai piani superiori; alla base di questo, nel centro, perché qualcosa di vivo colpisca gradevolmente la fantasia di chi entra, una fontana lancerà il suo zampillo in una vasca di marmo, vegliata dal toro araldico di Torino, in bronzo. Ai lati dello scalone vi saranno, da una parte, le raccolte speciali: Risorgimento, Teatro, Torino; dall’altra una sala di consultazione per chi non vuole accedere alle sale superiori, riservata però a muniti di una speciale tessera, e gli uffici.
Il primo piano, immenso parallelepipedo, sarà invece deposito dei libri, in appositi scaffali in ferro, divisi a sezioni, pronti ad esser trasmessi a richiesta dei distributori sui montacarichi elettrici, azionati nel sotterraneo.
Nel secondo piano, oltre ad una zona occupata da altri scaffali, il cui contenuto viene così sottratto alla vista del pubblico, sarà la galleria di distribuzione, servita da due cataloghi generali, uno per materie e l’altro per autori, sostituenti i cataloghi antiquati ancora in uso, la grande sala di lettura, vasta, ariosa, inondata di luce sulle pareti della quale Dante, Leonardo e Michelangelo, ricordano, con detti immortali, quale sia la missione dell’uomo sulla terra.
Vicino a questa sala, capace di più che cento lettori, sarà quella riservata ai disegnatori, cui il motto Ex ipsis, non ipsos suggerisce di raccogliere tutto il buono che vi è, dai libri consultati, ma di non copiare pedissequamente, perché ogni opera dev’essere nostra creazione, se pure il creare, per l’uomo, consista in un trasformare, che rechi tuttavia l’impronta dell’ingegno individuale. Nei sotterranei invece sono tutti i servizi. Termosifone, aspiratore elettrico della polvere ecc.
Finalmente così la Biblioteca Civica avrà una sede degna, destinata a dar maggiore incremento a tale istituzione cittadina, perquanto i soliti brontoloni che mai mancano, abbiano trovato che essa rimane fuori dal centro… Come se in una grande città moderna, nel circoscrivere il centro si dovesse esser guidati da quel criterio provinciale che chiama sobborgo tutto quanto esula dalla piazza grande, ove, da un lato sorge il Municipio, dall’altro il Duomo, dal terzo la scuola classica e dal quarto il caffè, ove i vecchioni della città vanno, ogni sera, a giocar lo scopone scientifico…

Mi è gradito, nel chiuder questo mio articolo, rivolgere una lode al direttore della Biblioteca, dott. Màdaro, il quale realizza, colla sua competenza, quello che è stato un sogno per tanti. Gli auguro che possa raccogliere i più ampi frutti delle sue fatiche, vedendo aumentare e selezionarsi sempre più lettori ed opere in questa biblioteca, certo fra le prime d’Italia, per la sua particolare fisionomia e per la sede in cui fra poco, si allogherà. 

Articolo a firma di Mario Monguidi-Boldi
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ubblicato su «Il Nazionale» il 6 aprile 1929