Nei corsi e ricorsi del rock spuntano i ragazzi di ieri
Poco più di venti anni fa Marinella Venegoni imperversava con queste quasi dissacranti riflessioni, offrendo la visione di un panorama musicale sull’orlo di una crisi irreversibile sotto tutti i punti vista e assolutamente incapace di uscire dai soliti triti e ritriti stereotipi delle mode e dell’impoverimento artistico. Tanto che, proseguiva la giornalista de “La Stampa”, per ritrovarsi e ritrovare il bandolo di una matassa perduta, sarebbe stato necessario ritornare al ciclo dei corsi e ricorsi storici, dove grandi band ed eccelsi artisti del passato parevano aver inutilmente seminato con la loro arte nuove tendenze e originali percorsi musicali da esplorare. L’illuminante metafora secondo cui il “magma indistinto che avanza pare essere suonato da un pianista ubriaco” la dice lunga sulle desolanti prospettive che due decenni fa Marinella Venegoni denunciava. E resta una riflessione d’obbligo, secondo cui le parole di questo articolo posseggono una attualità inquietante.
Nei corsi e ricorsi del rock spuntano i ragazzi di ieri
Le novità della prossima stagione discografica emergeranno presto dalle nubi pigre di quest'estate che ha portato una valanga di canzoni tanto sceme da far impallidire ogni altra scemenza passata. I santini destinati a tenerci compagnia nell'autunno colorano i volti eterni dei corsi e ricorsi rock: se a puntare dritto alla classifica saranno “ragazzi” non proprio di primo pelo come Lenny Kravitz e Zucchero, a sbaragliarli ci penserà magari il 2 dei cari nonni Beatles, mentre a tallonarli da vicino ci sarà il venerando Mick “Pancera” Jagger che s'è dato un gran daffare per un disco solista servito in ottobre, a base di allettanti duetti con Bono degli U2 piuttosto che con Pete Townshend degli Who. E' vero che potrebbe anche andare peggio (ma basta avere pazienza...), però è un fatto ormai normale che la vampirizzazione dei colleghi diventi sempre più nel pop una legge di sopravvivenza sia per chi chiede sia per chi si dà; senza il piccolo aiuto di qualche friend, spesso i rischi potrebbero essere più grandi: per esempio, di far la fine del povero Joe Strummer, un tempo icona indiscussa del combat punk dei Clash, tornato nell'estate assieme ai suoi Mescaleros con un dischetto disarmante e senza idea alcuna che di up-to-date ha solo il titolo, Global a go-go. Che facciamo, allora? Chiudiamo le orecchie per sempre, o mettiamo in piedi negli auditorium della classica una bella stagione invernale con il meglio del dejà vu dai Beatles (sempre loro) ai Led Zeppelin che è sempre bello ascoltare? In realtà entrambe le cose sono ormai realtà: nel magmatico frastuono generale che ha sostituito i suoni del mondo, l'attenzione si abbassa sempre più verso gadget rigorosamente non musicali come il noiosissimo telefonino, e contemporaneamente le musiche popolari del Novecento cercano asilo presso potenti orchestre sinfoniche per traghettarsi indenni nell'iperuranio monopolizzato finora dai Beethoven e dai Puccini. Il Terzo Millennio ha suoni confusi, anzi confusissimi. Il re breve di questa nuova stagione resta Manu Chao con la sua pachanka; il meticciato diffuso ha fatto piazza pulita dei filoni anglosassoni e tramortito pure il rap: in America, non si ricordano di aver visto una nuova star. Un magma indistinto avanza, ed è come se a suonarlo fosse un pianista ubriaco, per di più schiaffeggiato con sadica e puntuale sapienza da una discografia moribonda alla quale - per essere felice - bastano solo tre parole fra cuore e amore. La musica di quest'anno somiglia alla moda: va tutto, le scarpe con la punta quadra e quelle con la punta a spillo, lo stile dei '40 e quello degli ‘80 passando per ogni altro decennio in mezzo. Poiché anche le recensioni sono morte, il magma fa più modestamente impazzire i descrittori, costretti a spiegare un suono con espressioni tipo “tra dark, progressive, musiche per deserto e ambient”, oppure “tra i Beach Boys e i Kraftwerk, tra i Love e i Beck, tra la Bonzo Dog Band e i Gomez” (cito da una prestigiosa pubblicazione specializzata). Nel revival di tutto, l'ultimissimo urlo è il ritorno delle chitarre e scusate se è poco; resteremo comunque ottimisti nel caos, ad aspettare che si riaccenda una luce.
Marinella Venegoni - «La Stampa», 7 agosto 2001
Di Renzo Bacchini
Rielaborazione grafica di Roberta Di Martino