Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, noto come don Milani

Don Milani nella scuola di Barbiana (da azionecattolica.it)

Lorenzo Milani nasce il 23 maggio 1923 a Firenze, in un contesto culturalmente stimolante, agiato e agnostico. Il padre è Albano Milani Comparetti, chimico, la madre è Alice Weiss Belà, intellettuale triestina di origine ebraica. Il bisnonno è il filologo e Senatore del Regno d'Italia nella XVII legislatura Domenico Milani Comparetti. 
In gioventù Lorenzo è uno studente capace ma incostante, “intelligente ma che non si applica”, consapevole della solidità economica e dell’humus culturale familiare. Nel 1930 la famiglia si trasferisce a Milano dove Lorenzo consegue la maturità classica per poi iscriversi all’Accademia di Brera.

È il 1941, Lorenzo sta studiando pittura e progetta di affrescare una cappella nella tenuta di famiglia a Monterspertoli. La sta esplorando quando, a un certo punto, scrive una lettera all’amico Oreste Del Buono: «Ho letto la Messa. Sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?». Della genesi della fede che porterà nel 1943 all’ingresso in seminario ci sono poche testimonianze, tuttavia la famiglia, a differenza di quando accolse malvolentieri l'iscrizione all’Accademia di Brera, reagisce supportando il cammino di fede di Lorenzo. Cammino che sarà messo alla prova dalle condizioni nelle quali si trova chi è seminarista negli anni della guerra: freddo e poco cibo. 

Passano gli anni, il 13 luglio 1947 Lorenzo Milani diventa don Milani e celebra la prima Messa a San Michelino, dopo poco tempo però viene assegnato a un’altra parrocchia, quella del paese di Calenzano, un comune di operai in provincia di Firenze a larghissima maggioranza comunista.
È proprio lì che nasce la scuola popolare: don Milani comprende l’importanza di non obbligare i giovani a scegliere tra una scuola religiosa e una famiglia politicamente orientata, così fonda una scuola laica, perché nessuno ne rimanga escluso. Sono gli anni del decreto della Congregazione del Sant'Uffizio che il 1° luglio 1949 scomunicava i comunisti, ma don Milani, quotidianamente a contatto con la sua comunità, tocca con mano le difficoltà di chi non ha le basi per leggere un giornale o un contratto di lavoro e di conseguenza non è in grado di difendersi dallo sfruttamento, né di elaborare un pensiero critico.
Il 1949 è anche l’anno di una forte presa di posizione; il 15 novembre, infatti, esce su “Adesso” una lettera dal titolo inequivocabile “Franco, perdonaci tutti, comunisti, industriali, preti”, nella quale don Milani evidenzia le contraddizioni di una Chiesa non sempre
davvero dalla parte degli ultimi. La lettera non è un gesto simbolico isolato. Alcuni anni dopo, nell'estate del 1954, al funerale di Libero, un giovane operaio comunista, compare in chiesa una bandiera rossa. 
Ai gesti simbolici di don Milani corrispondono altrettanti della curia fiorentina e, sempre nel 1954, a don Milani viene assegnata la parrocchia di Sant’Andrea di Barbiana, una pieve raggiungibile solo con una mulattiera sul monte dei Giovi in Mugello.
A Barbiana don Milani accoglie i diseredati, chi non ha un’alternativa, i ragazzi rifiutati dalle scuole ufficiali, provenienti dalla zona o portati dagli amici, tra loro due fratelli orfani, Michele e Francuccio Gesualdi. L’esperimento educativo di don Milani è all’avanguardia, vede nelle lingue un viatico per guadagnare autonomia arrivando addirittura a mandare i ragazzi da soli all’estero.
Gli scritti di quegli anni, come “Esperienze pastorali”, che esce nel 1958, più che un testo di pastorale è un saggio di sociologia, dove, dati alla mano, don Milani testimonia cosa significhi fare il parroco in contesti di povertà intellettuale e materiale. Il libro pochi mesi dopo viene ritirato e stroncato dal padre gesuita Angelo Perego (1913-1988) su “La Civiltà cattolica”.
È però il 1965, quando esce la “Lettera ai Cappellani militari” a vedere don Milani al centro del dibattito pubblico. Il testo, noto come “L’obbedienza non è più una virtù”, commenta la presa di posizione pubblica di alcuni cappellani militari che accusano di “viltà” gli obiettori di coscienza. Don Milani e i suoi ragazzi riflettono sulla coscienza ed evidenziano il problema morale del cristiano davanti alle armi e all’ordine di sparare sui civili.
La lettera, spedita a tutti i giornali, viene pubblicata soltanto da “Rinascita” e, visto che l’obiezione di coscienza non è ancora riconosciuta, don Milani e Luca Pavolini, direttore di “Rinascita”, subiscono insieme un processo per istigazione a delinquere (entrambi assolti in primo grado, Pavolini verrà poi condannato). L’eco mediatica del processo a don Milani e le parole della sua lettera animano la società italiana e fanno sì che il dibattito sull’obiezione di coscienza coinvolga tutti gli strati della popolazione.

La bocciatura di due ragazzi di Barbiana all’esame da privatisti al primo anno delle scuole magistrali, è il motivo, nel 1967, dell’ultimo scritto di un don Milani alla fine dei suoi giorni.  “Lettera a una professoressa” è una provocatoria disamina sulla scuola pubblica dell’obbligo incapace di colmare, secondo Costituzione, gli svantaggi iniziali di chi nasce in una casa povera di cultura e di denaro. La lettera è scritta insieme ai ragazzi con il metodo della scrittura collettiva e diventerà nei mesi successivi, non senza strumentalizzazioni, icona della contestazione studentesca. 

Don Lorenzo Milani muore a Firenze il 26 giugno del 1967 a 44 anni per un linfoma di Hodgkin.

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