Piero Gobetti a 100 anni dalla morte
Il 16 febbraio 2026 ricorre il centenario della morte di Piero Gobetti, scomparso a Parigi a soli ventiquattro anni. In tutta Italia, e in particolare a Torino, la città che lo aveva formato e che aveva tentato di soffocarlo, si moltiplicano le iniziative per commemorare una figura che il Novecento politico italiano non ha ancora finito di elaborare. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aperto al Teatro Carignano le celebrazioni ufficiali, alle quali ha preso parte il Comitato nazionale istituito su iniziativa del Centro studi Piero Gobetti — fondato nel 1961 dalla moglie Ada, dal figlio Paolo e dagli amici di Piero — con l'obiettivo di rimettere in circolo le idee gobettiane e di offrire alla cittadinanza strumenti critici per interrogare il presente. Le Biblioteche civiche torinesi aderiscono a questo percorso di memoria e di studio con la presente bibliografia, pensata come strumento di orientamento per lettori di ogni formazione.
Ricostruire le circostanze che costrinsero Gobetti all'esilio significa ripercorrere una persecuzione sistematica orchestrata ai massimi livelli del regime. Mussolini aveva esplicitamente ordinato di rendere impossibile la vita a questo giovane intellettuale che, dalle pagine della Rivoluzione Liberale, denunciava il fascismo non come un'anomalia della storia italiana bensì come il prodotto dei suoi vizi strutturali: conformismo, opportunismo, assenza di autentico spirito critico. Le conseguenze non tardarono: nel settembre del 1924 Gobetti fu aggredito da un gruppo di squadristi in via XX Settembre a Torino, riportando lesioni che ne compromisero durevolmente la salute, già delicata a causa di uno scompenso cardiaco. Nel gennaio del 1925 la rivista fu sequestrata per la prima volta, inaugurando un stillicidio di confische che si prolungò per tutto l'anno; l'11 novembre, dopo una formale diffida del prefetto di Torino, la Rivoluzione Liberale cessò definitivamente le pubblicazioni. Di fronte all'impossibilità di proseguire il proprio lavoro in Italia e alle crescenti minacce personali, Gobetti scelse la via dell'esilio: l'unica, a suo giudizio, che gli avrebbe consentito di continuare a fare cultura nel segno del liberalismo europeo e della democrazia moderna.
Il 6 febbraio 1926 — lasciando a Torino la moglie Ada Prospero e il figlio Paolo, nato appena il 28 dicembre precedente — Gobetti partì per Parigi. Era accompagnato alla stazione di Genova da Eugenio Montale, uno degli autori della sua casa editrice. Già debilitato dalle violenze subite e dagli scompensi cardiaci, si ammalò gravemente di bronchite pochi giorni dopo l'arrivo. Il 13 febbraio fu trasportato in una clinica di Neuilly-sur-Seine: le condizioni del cuore, affaticate dagli anni di persecuzione, aggravarono in modo fatale l'infezione. Morì nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926. La sua morte non fu dunque soltanto la conseguenza di una malattia improvvisa: fu il punto di arrivo di una violenza prolungata e premeditata, che aveva logorato sistematicamente il fisico di un uomo di ventiquattro anni. Come ha ricordato la storiografia più recente, le violenze subite ne segnarono il fisico e contribuirono in modo determinante alla sua fine prematura. È sepolto al cimitero del Père-Lachaise. La moglie Ada divenne, negli anni successivi, figura centrale della Resistenza in Piemonte: la migliore eredità di un uomo che aveva fatto della propria vita un atto di coerenza civile.