Andreea Simionel a Leggermente, 5 Maggio 2026

Andreea Simionel

Nell'ambito del progetto Leggermente, Andreea Simionel ha presentato La ragazza d'aria (Rizzoli, 2026). Si sono confrontati con l'autrice il Gruppo di lettura Cesare Pavese e il Gruppo di lettura Villa Amoretti. Ha condotto l'incontro Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi). 

Andreea Simionel è nata nel 1996 a Botoșani, in Romania, è arrivata in Italia a undici anni. Vive a Torino, scrive, legge, pratica la boxe. Con il suo primo romanzo, Male a est (Italo Svevo, 2022), aveva affrontato il tema dell'emigrazione con una lingua ibrida e un registro ironico. Già lì la protagonista Andreea Pavel dichiarava: "Preferirei non dire il mio nome, se non vi spiace. Più che altro perché so già come va a finire. Io lo dico e voi mi chiedete da dove vengo e finiamo per parlare della mia vita". In La ragazza d'aria abbiamo gli stessi temi - identità, migrazione, appartenenza - e il disagio intorno al nome, che in Male a est trovava una via d'uscita nell'ironia, qui diventa fisico: Aryna Țibuleac, la protagonista, odia il suo nome, nessuno riesce a pronunciarlo, e il doversi presentare il primo giorno di liceo le scatena un attacco di panico. La bibliotecaria scolastica le porge un foglietto su cui scriverlo da sola, senza doverlo dire ad alta voce.

Il dialogo tra i due romanzi

Tra Male a est e La ragazza d'aria esistono connessioni che vanno oltre la continuità tematica: i due romanzi attingono allo stesso serbatoio autobiografico, riscrivendo il medesimo materiale da angolazioni diverse. Un esempio discreto ma preciso è l'episodio della rottura della custodia del compasso di un compagno di scuola che compare in entrambe le opere, un dettaglio troppo specifico per essere casuale. Ciò che più colpisce e commuove è però il fatto che un personaggio di Male a est porta il nome dell'autrice stessa: Andreea Simionel è la migliore amica di Andreea Pavel e rimarrà in Romania. Non è un gioco metaletterario fine a se stesso: è il tentativo di dare forma a una perdita che non si riesce nemmeno a figurare compiutamente. L'altra vita possibile non la si è vissuta e non la si può neppure immaginare. La frase con cui si chiude il dialogo fra le due amiche lo dice senza attenuanti: «Non ci vediamo mai più». 

La struttura di La ragazza d'aria

Il romanzo è diviso in tre parti. La prima, Triage, racconta i primi due anni di liceo e lo scivolamento progressivo nell'anoressia - mai nominata dalla protagonista e sempre descritta dall'interno con la logica distorta ma coerente di chi la sta vivendo. In questo contesto emerge il rapporto con Marco Dell'Aquila, compagno di classe con cui Aryna condivide una silenziosa competizione intellettuale e la sua unica vera amicizia, un rapporto che la malattia metterà a dura prova. Accanto a lui, Masha, ucraina arrivata in seconda liceo, esuberante e senza filtri, l'unica che capisce senza bisogno di spiegazioni perché conosce già dall'interno quella conformazione di case e famiglie migranti. La seconda, Pronto Soccorso, il ricovero nel reparto ospedaliero, un microcosmo chiuso, governato da menù da crocettare, sorveglianza ai pasti e sessioni di animazione, in cui Aryna impara le gerarchie non scritte del dolore e incontra Anna, la sua compagna di stanza. La terza, Normalità, è dedicata alla convalescenza e ad una lenta ricostruzione, un percorso non lineare, fatto di ricadute, di boxe, di scrittura, e di relazioni interrotte che lentamente si riparano. Ma prima che la storia cominci, c'è un prologo: il 16 giugno 2017, Aryna Țibuleac è davanti a uno specchio nello studio di una dottoressa («Sono un oggetto affilato. Se mi tocchi, taglio») e sua madre piange «rimpicciolita sulla sedia». Solo dopo il romanzo torna indietro, al settembre 2015, al primo giorno di liceo.

La prolessi è una scelta precisa. Toglie ogni suspense sul cosa succede e sposta tutta l'attenzione sul come e sul perché e trasforma l'esperienza di lettura della prima parte: ogni dettaglio apparentemente innocuo viene letto già carico di un peso che la voce narrante finge di non sentire. C'è uno scarto continuo tra l'ironia distaccata di Aryna e il lettore che già sa. 

Il nesso tra identità e corpo

Posto che le cause dell'anoressia siano multifattoriali e soggettive - e per ragioni di opportunità non ci addentreremo in esse - nel romanzo la malattia di Aryna pare nascere anche dalla frattura biografica della migrazione: non solo uno spostamento geografico, ma una rottura nella continuità della propria storia: «Quando sono qui, voglio di là. Quando sono là, voglio qui» afferma la protagonista.  In un'esistenza in cui tutto sfugge, il corpo diventa l'unica cosa su cui esercitare controllo. Intorno ad Aryna il cibo funziona come campo di battaglia identitaria. Nel romanzo il cibo materno è abbondante, generoso, quasi compulsivo ma ha qualità specifiche: è cibo di consolazione o di identità, non di nutrimento. La spesa viene fatta lasciando prendere tutto quel che si vuole ed è il messaggio implicito di un amore pratico - ma non sazia davvero, né fisicamente né emotivamente. C'è anche una seconda dimensione: il cibo tradizionale rumeno che la madre prepara - le sarmale, le răcituri, l'insalata russa - non è cibo cattivo in sé, ma è cibo carico di nostalgia, di un passato che Aryna vuole lasciarsi alle spalle. Quindi il cibo materno funziona su due registri paralleli: da un lato il cibo del supermercato della nuova vita italiana, che colma senza nutrire; dall'altro il cibo tradizionale rumeno, che nutre il corpo ma pesa sull'identità. Aryna si trova intrappolata tra due forme di cibo che non riescono a darle quello di cui ha bisogno davvero - che non è calorico ma relazionale.

La professoressa Piersanti

Eleonora Piersanti è una supplente - arriva in seconda liceo e avverte subito che non sa per quanto tempo starà in quella classe. Eppure è la figura che vede Aryna con più precisione, e lo fa nel modo più rispettoso possibile: obliquamente, senza costringerla a rispondere. La scena chiave è al capitolo 9: durante l'intervallo la Piersanti si avvicina ad Aryna e le parla di normalità - «la normalità è soltanto un concetto comodo, che ci permette di andare avanti con le nostre vite» - poi di corpo, poi di scrittura come alternativa per «ridarsi una forma» senza farsi del male. Le fa scivolare in mano La linea d'ombra di Conrad con il proprio indirizzo email scritto sull'ultima pagina. Aryna quella sera stessa le scrive una richiesta d'aiuto ma la supplenza finisce il giorno dopo inaspettatamente e Aryna fa a pezzi la lettera. L'indirizzo email resta sull'ultima pagina del libro per mesi. Aryna lo troverà solo in ospedale, quando finalmente finirà il romanzo di Conrad. La struttura narrativa è precisa: la professoressa non l'aveva abbandonata ma Aryna non era pronta per capirlo. Nella lettera finale la Piersanti ammette di non aver saputo fare altro che regalare un libro: non sempre gli adulti sanno che fare e non sempre quello che fanno riesce a risolvere, gli adulti sono imperfetti. 

Anna

Nel reparto di neuropsichiatria Aryna incontra l'enigmatica compagna di stanza Anna: silenziosa, un cappellino di paglia, un taccuino sempre in mano, La bella estate di Pavese sul comodino. Simionel sceglie di non darle una storia esplicita: la conosciamo attraverso frammenti del suo diario, dettagli fisici, una grafia aguzza. La scena più difficile del romanzo le vede insieme sulla metro di ritorno da una gita a Ceriale, autorizzata dalla dottoressa Drago. Anna pare star male e Aryna la accusa mentalmente di cercare attenzioni. «La guardo e mi faccio schifo da sola. Sono così, io, normalmente? Mia madre mi guarda e si sente così?». È un momento di identificazione dolorosa: Aryna proietta su Anna quello che non vuole vedere in sé, e nel farlo riconosce per un istante il proprio meccanismo riflesso nello sguardo di sua madre. Ciò che poi accade è il trauma attorno al quale ruota tutta la terza parte del romanzo. 

La linea d'ombra

Il dialogo con Conrad non è ornamentale. La linea d'ombra racconta il passaggio dalla giovinezza all'età adulta attraverso una prova estrema: un giovane capitano prende per la prima volta il comando di una nave, ma la nave è ferma, il vento non c'è, l'equipaggio si ammala. Deve attraversare quella paralisi senza certezze e senza esperienza. La soglia rappresentata dal titolo non si attraversa una volta sola - si scopre che esiste, e che bisognerà tornare a misurarsi con essa continuamente. Non è un evento, è una condizione permanente. 
Il romanzo di Simionel abita questa stessa idea. La paralisi della nave ferma richiama quella del reparto - il tempo sospeso, l'impossibilità di avanzare o retrocedere. E nessun adulto nel romanzo ha davvero superato la propria linea d'ombra: la Piersanti ammette di non aver saputo fare altro che dare un libro, la dottoressa Drago non risponde quando Aryna le chiede conto di quanto accaduto ad Anna, il padre e la madre non sanno come starle vicino. Ognuno fa quello che può, e non sempre è sufficiente. Solo Diana, la sorella minore, sa trovare i gesti giusti, con quella complicità brusca e irriverente che è la forma d'amore più autentica del romanzo. 
Aryna non trova una guarigione: trova una linea di luce. «È fatta di poche cose: la scrittura, i libri, la boxe, il mio cane e mia sorella. Però non sono poche cose. Sono tutta la mia vita». Non è la risposta alla linea d'ombra ma il timone con cui tenersi in rotta e il vento che permette di avanzare. 

Testo di Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi)

La registrazione dell'incontro con Andreea Simionel è stata pubblicata sul canale YouTube delle BCT.