Annalisa Ambrosio a Leggermente, 25 marzo 2026

Annalisa Ambrosio (scatto di Filippo Verza)

Una cornice 
L'amore è cambiato. L'era post-romantica di Annalisa Ambrosio non è arrivato nelle mani del Gruppo di lettura Villa Amoretti come un testo isolato, ma come quarta tappa di un percorso più ampio intitolato Le metamorfosi dell'amore. Percorso di lettura filosofico sulle forme dell'amore: dalla ricerca della metà perduta alla liquidità dei legami contemporanei e ai nuovi paradigmi relazionali. In questo contesto, il saggio di Ambrosio ha occupato una posizione di cerniera, dopo i classici ma prima delle visioni più radicali: non sorprende che la sua lettura abbia prodotto, nelle parole di più di un partecipante, una sensazione di maggiore confusione rispetto a quella di partenza ma anche un vivace dibattito durante la sessione preparatoria dell'incontro con l'autrice, avvenuto all’interno del progetto Leggermente

Uno sguardo fenomenologico
L'amore è cambiato. L'era post-romantica è un saggio breve, scritto con uno stile che mescola filosofia, sociologia e letteratura, e che procede per osservazione più che per dimostrazione. Ambrosio non parte da un'ipotesi astratta che cerca conferme nella realtà ma prova a fare il movimento opposto. Osserva, descrive, cataloga quello che vede intorno a sé e dentro di sé: negli amici, nei parenti, nelle relazioni che incontra. È uno sguardo fenomenologico nel senso più classico del termine, la realtà come si dà, prima di qualsiasi sistemazione teorica, con l'osservatore sempre incluso nel campo osservato. Non a caso il libro non approda a tesi definitive. Procede a spirale, lascia un finale aperto, non offre risposte ma toglie certezze. E questa operazione, eseguita senza compiacenza, è già di per sé un contributo necessario al dibattito pubblico sull'amore.

Amore romantico e mito dell'amore romantico
Prima di procedere, vale la pena fare una distinzione che il libro presuppone ma non esplicita del tutto. L'amore romantico nella sua forma storica originale - quello di Werther, di Tristano e Isotta, di Anna Karenina, di Heathcliff e Catherine - è per definizione tragico e infelice. Il Romanticismo storico, nato come reazione al disincanto illuminista, sapeva benissimo che l'intensità dell'amore è proporzionale all'ostacolo che lo impedisce: la felicità lo dissolverebbe. I grandi romanzi romantici finiscono sempre male, e non per caso, la morte è l'unica forma di eternità disponibile all'amore intenso. È esattamente quello che Igor Caruso dimostrerà sul piano psicoanalitico nel 1968 con La separazione degli amanti. Una fenomenologia della morte, testo in cui la fine di una relazione è strutturalmente analoga alla morte: nell'amore autentico i due amanti costruiscono una soggettività parzialmente condivisa, un 'noi' che diventa parte costitutiva dell'identità di ciascuno, e quando la relazione finisce non si perde solo l'altro, si perde una parte di sé. Caruso aggiunge però un livello più radicale: questa fine è già inscritta nell'amore dall'inizio, e le relazioni che mantengono più a lungo la loro intensità sono spesso quelle che non possono realizzarsi pienamente, ovvero gli amori ostacolati o impossibili: «Una delle esperienze più dolorose per l'essere umano - forse la più dolorosa - è la sua definitiva separazione dal proprio simile che egli ama». 

Quello che Ambrosio chiama 'mito dell'amore romantico' sembra piuttosto essere qualcosa di completamente diverso: ovvero la versione addomesticata e banalizzata di quella tradizione. Eva Illouz, in La fine dell'amore. Sociologia delle relazioni negative ha analizzato con precisione questo processo: il capitalismo e la cultura di massa hanno colonizzato l'amore romantico, svuotandolo dei suoi elementi sovversivi e tragici per trasformarlo in un prodotto di consumo rassicurante. L'esito più visibile di questa degenerazione è il genere letterario oggi noto come Romance, un genere con regole precise e codificate: una storia d'amore al centro della narrazione, personaggi con cui il lettore possa identificarsi facilmente, e soprattutto un lieto fine garantito. Nato nell'Ottocento con i romanzi sentimentali, esploso nel Novecento con le collane Harlequin e Mills & Boon, il Romance è oggi il genere letterario più venduto al mondo. In Italia, secondo i dati dell'Associazione Italiana Editori su rilevazioni Nielsen-GfK, nel 2024 ha venduto circa 5 milioni di copie totalizzando oltre 56 milioni di euro, con una crescita del 9,6% a copie rispetto all'anno precedente, trainato anche dal fenomeno BookTok e da autrici come Erin Doom, Felicia Kingsley, Lucinda Riley e Tillie Cole. Nel 2025 la crescita complessiva del genere si è attenuata (-1,8% a copie nei primi mesi dell'anno), ma la componente italiana ha continuato a espandersi con vigore: le autrici nostrane hanno registrato un +16,7%, a conferma che il fenomeno si è ormai radicato nella produzione editoriale nazionale.Il Romance ha preso l'intensità emotiva del Romanticismo e l'ha incanalata verso un lieto fine garantito.

Le quattro bugie
Il cuore argomentativo del libro è la demolizione di quelle che Ambrosio chiama le quattro bugie del mito dell'amore romantico, elencate nel testo con precisione chirurgica: 

  1. Un amore vero è intenso dal primo all'ultimo giorno e dura per sempre.
  2. Solo questo amore ti permetterà di realizzarti completamente, nonostante tutto.
  3. Non c'è sesso senza amore
  4. L'amore è una perfetta intesa sessuale.  

Esse non riguardano quello che le persone fanno realmente, ma il racconto idealizzato che ha condizionato generazioni, costruito su secoli di letteratura romantica, cinema, canzoni e aspettative familiari.
A sostegno della prima bugia, Ambrosio convoca la ricerca dell'antropologa Helen Fisher, che in Perché amiamo. Essenza e chimica dell'innamoramento ha identificato tre stati neurali distinti, libidine, innamoramento e attaccamento, sottolineando che tra loro non esiste alcun rapporto deterministico. Intensità e durata sono processi biologicamente separati: la libidine è breve e aspecifica, l'innamoramento dura circa otto mesi e ha un oggetto preciso, l'attaccamento sostenuto dall'ossitocina lega due individui per tre o quattro anni. Non è affatto scontato che dopo l'innamoramento si arrivi all'attaccamento, e moltissimi innamoramenti non sopravvivono al passaggio alla fase successiva. Fisher ha anche studiato coppie di lunga data sottoponendole a risonanza magnetica, scoprendo che in rari casi l'attivazione del sistema dopaminergico, quello dell'innamoramento, era ancora presente dopo decenni. Non è la norma, ma esiste. Il che suggerisce che la fase post-attaccamento, culturalmente letta come declino, potrebbe essere una trasformazione in qualcosa di diverso ma non necessariamente inferiore.

Il destino come narrazione
Uno dei passaggi più filosoficamente densi del libro riguarda il destino. Nel mito romantico l'innamoramento «non si sceglieva, capitava». Di qui il senso provvidenziale e magico: «è il destino che ci ha fatti incontrare». La scelta non era affatto centrale, e proprio per questo non comportava responsabilità. Era una forza esterna che travolgeva e assolveva. Ambrosio smonta anche questa copertura, ma lo fa in modo inatteso: non nega il destino, lo ridefinisce. Scrive che «il destino è esattamente la conferma che stiamo usando la nostra immaginazione, perché è il prodotto più raffinato del suo lavoro». Aristotele, nella sua Poetica, aveva intuito qualcosa di simile, definendo il destino come fatti accaduti per caso che non sembrano accaduti per caso, ovvero una narrazione che costruiamo a posteriori per dare senso a ciò che è accaduto. Questo rovesciamento è cruciale: non perdiamo il destino nell'era post-romantica, lo riconosciamo finalmente per quello che è sempre stato, una storia che ci raccontiamo. E riconoscerlo come tale non lo impoverisce: lo restituisce alla nostra agency. 

La difesa dell'innamoramento
La parte più originale e coraggiosa del libro non è la demolizione del mito, è la proposta che la segue. Ambrosio difende l'innamoramento come esperienza autoportante, con valore in sé indipendentemente da dove porta, a partire da un riferimento a Michela Murgia, che in un'intervista aveva paragonato l'innamoramento al morbillo, una psicosi da cui è auspicabile guarire in fretta. Murgia stava parlando di innamoramento come trappola storicamente usata contro le donne, come meccanismo di vulnerabilità e dipendenza. È una posizione storicamente fondata, e Ambrosio non la ignora. Ma la sua risposta è che il problema non è l'innamoramento in sé, bensì la narrativa che lo ha trasformato in anticamera obbligata della coppia stabile e del per sempre. Separato dal mito romantico, l'innamoramento diventa un laboratorio di futuri possibili, il momento in cui si diventa narratori della propria vita, in cui l'immaginazione lavora a pieno regime. La sofferenza che ne deriva va chiamata conoscenza, non fallimento. La sua scommessa è che si possa abitare l'intensità dell'innamoramento dentro la realtà, accettandone la caducità, senza cercare rifugio nell'impossibile. Persone normali di Sally Rooney, il romanzo d'amore più letto dalla generazione post-romantica, racconta esattamente una storia di amore 'possibile', sofferto, interrotto e ripreso, ma senza tragedia finale. Non a caso Ambrosio intitola il paragrafo dedicato all'innamoramento Sei qui, mondo bello!, riprendendo un verso di Friedrich Schiller (1759 -1805) attraverso Rooney, che lo aveva già fatto proprio nel titolo del romanzo Dove sei, mondo bello. Schiller, poeta annoverato fra i massimi esponenti dello Sturm und Drang, nel 1788 aveva inserito il verso nella poesia Gli dei della Grecia, piangendo la perdita di un mondo abitato di senso e di bellezza, rifugiatosi ormai solo nella poesia: «Mondo bello, dove sei? Ritorna, della natura soave primavera!» (in Poesie filosofiche). Rooney eredita la domanda con il romanzo Dove sei, mondo bello e Ambrosio risponde: il mondo bello sopravvive nell'innamoramento, che è prima di tutto un atto immaginativo, di piacere estetico. 

Lo strabismo e la vita al singolare
Il libro di Ambrosio si inscrive in un panorama più ampio di riflessioni contemporanee sull'amore e sui suoi modelli alternativi. La poetessa britannica Amy Key, in Musica da camera singola, si rifiuta di permettere che una mancanza, il non attraversare l'esistenza in coppia, diventi il «principio organizzatore» della sua vita; il testo vuole essere un rifiuto attivo della narrativa deficitaria con cui vengono lette le vite al singolare.  Non è un semplice «sto bene anche senza», come se solo l'amore romantico possedesse uno status - perché sarebbe ancora definirsi in relazione a una mancanza - ma qualcosa di più radicale, un essere perfettamente presenti a se stessi e al mondo come individui singoli. Ambrosio a questo proposito sottolinea come spesso si tenda a rafforzare la convinzione che solo l'amore permetta all'individuo di realizzarsi completamente e che questo abbia portato allo «strapotere della coppia» rispetto all'eventualità di non-fare coppia, che rimane una delle infinite possibilità posizionali e modali del nostro stare al mondo. 
Emmanuelle Richard in Corpi astinenti. Il sesso tra imposizione sociale e libertà teorizza invece il sesso come imposizione sociale, smontando l'assunto che il desiderio sessuale sia universale e neutro. Il collegamento con Ambrosio è dialettico: Ambrosio vuole liberare il sesso dall'amore, Richard vuole liberare le persone dal sesso come obbligo. Le due operazioni non si contraddicono, ma partono da presupposti diversi, e liberare il sesso dall'amore potrebbe paradossalmente rafforzare quell'obbligo al desiderio che Richard vuole smontare.

Eppure, nonostante tutte queste elaborazioni della contemporaneità, Ambrosio intravede un limite nelle proprie riflessioni teoriche: «vediamo e capiamo il mondo nuovo ma il corpo non risponde, è timoroso: tende a perpetuare l'ordine noto, a cercare di entrare in una coppia prima che sia troppo tardi. Da qui scaturisce una specie di strabismo, per cui la saggezza e la vita si conoscono ma non si corrispondono». Non è ipocrisia né debolezza, è una dissociazione strutturale tra ciò che la mente comprende e ciò che un'urgenza istintiva, quasi viscerale, continua a cercare. Lo strabismo è tra la comprensione razionale del mondo nuovo e il desiderio ancestrale che orienta verso schemi antichi. E si applica, implicitamente, non solo a chi ha scritto il libro ma a tutti noi. 

Nelle ultime pagine Ambrosio descrive lo scenario affettivo che osserva intorno a sé con precisione quasi etnografica: persone sposate e amiche, coppie aperte che faticano a restare aperte, persone per le quali il modello romantico è ancora l'unico possibile, altri che vivono come se si trovassero già in un futuro in cui tutto è più semplice. È una coesistenza caotica di modelli, non una transizione lineare dal vecchio al nuovo. E conclude che «solo alcune forme iniziano ad arrivare in superficie così da essere metabolizzate nel discorso collettivo, a passare dal possibile all'attuale». 

Abituati alla pioggia, mondo bello!
Il libro non offre tutte le risposte: e forse è questo il suo contributo più prezioso, non è una mappa del mondo nuovo piuttosto una presa di consapevolezza delle cartografie false del mondo vecchio. Resta lo strabismo, quella dissociazione strutturale tra ciò che la mente comprende e ciò che il corpo continua a cercare. Resta la domanda di Schiller, che Sally Rooney ha ereditato con il romanzo Dove sei, mondo bello e a cui Ambrosio risponde con il titolo del suo paragrafo sull'innamoramento: Sei qui, mondo bello!

Nel primo capitolo Ambrosio scrive: «C'è un anacronismo esaltante nell'amore, nel suo complicarsi la vita intorno all'anno 2000 come nell'VIII secolo a. C., nella sofferenza che provoca come nella sua capacità di renderci felici» e poi si chiede «com'è possibile che non abbiamo trovato ancora un altro modo per ripararci dalla pioggia?». Grian Chatten, frontman del gruppo post-punk irlandese Fontaines D.C., nella struggente Season for Pain, scritta e interpretata come solista, sembra averle dato una risposta: «If you have nowhere to go / get used to the rain / this is no season for loving / this is the season for pain» - «Se non hai nessun posto dove andare / abituati alla pioggia / questa non è la stagione per amare / questa è la stagione del dolore». Il riparo non arriverà mai. E forse non è nemmeno quello che cerchiamo davvero.

Altri sguardi
Il tema dell'amore è evidentemente nell'aria. Altri recenti saggi si misurano con le stesse domande. Emanuele Coccia, in Il continente ignoto. Filosofia dell'amore moderno (Einaudi, 2026), sostiene che «siamo moderni non perché disponiamo di tecnologie avanzate, ma perché abbiamo dato all'amore un posto che non avrebbe mai avuto nella storia umana»: la modernità nasce come progetto erotico, e solo rimescolando amore, lavoro e famiglia si può ritrovare il bene comune. Sofia Torre, in L'amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso (Minimum Fax, 2026), spinge la riflessione in una direzione più scomoda: e se le nuove norme relazionali, il poliamore, le non monogamie consensuali ed etiche, le pratiche di decostruzione militante, stessero diventando gabbie tanto prescrittive quanto quelle che vogliono sostituire? Perché mai, si chiede l'autrice, «qualcuno dovrebbe accettare di trascorrere ogni ambito dell'esistenza a timbrare il cartellino? [...] Perché fingere di essere libere, felici ed emancipate quando si sta semplicemente seguendo un rigidissimo set di caratteristiche individuali?». Libri diversi per tono e metodo, ma convergenti nel segnalare che il discorso pubblico sull'amore è in piena trasformazione, e che nessuno, per ora, ha la mappa.

Testo di Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi)