Le metamorfosi dell'amore: una traccia del percorso
Le metamorfosi dell’amore. Un percorso di lettura filosofico sulle forme dell’amore: dalla ricerca della metà perduta alla liquidità dei legami contemporane e ai nuovi paradigmi relazionali.
(Gruppo di lettura Villa Amoretti: 21 gennaio 2026 - 15 aprile 2026).
A cura di Piero Celoria (medico chirurgo e filosofo pratico), Enzo Novara (counselor filosofico e psicologo clinico) e Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi).
È possibile tentare una definizione dell'amore? O i suoi significati sono molteplici, variabili, complessi, sfumati, come lo sono in generale le relazioni umane? È possibile ricondurlo a uno o più bisogni, o appartiene piuttosto alla sfera del desiderio? Quando se ne evoca l'idea subito si accalcano altre parole: possesso, tradimento, passione, gelosia, solitudine. E immediatamente rimanda alla sessualità e alla dimensione del corpo, ma anche a quella dell'anima. Dell'amore si potrebbe affermare, parafrasando Agostino a proposito del tempo: se nessuno me lo domanda, lo so; ma se a chi me lo domanda io volessi spiegarlo, non lo so.
Questo percorso di lettura ha attraversato le forme dell'amore dalla filosofia antica alla contemporaneità, esplorando come l'amore si sia trasformato dalla ricerca della metà perduta alla liquidità dei legami, dalla visione platonica alle forme non tradizionali del poliamore.
Il primo incontro (21 gennaio 2026) ha esplorato le radici dell'amore attraverso tre prospettive fondamentali. Dal Simposio di Platone sono emersi il mito degli androgini e il mito di Eros. Nel mito degli androgini, Aristofane racconta che gli esseri umani erano originariamente interi, dotati di quattro braccia, quattro gambe e due volti; Zeus li divise in due, e da allora ciascuno cerca la propria metà perduta. «Appena però la natura umana fu tagliata in due, ciascuna parte, nel rimpianto della metà perduta, si ricongiungeva ad essa». Il mito di Eros, narrato da Socrate attraverso la voce della sacerdotessa Diotima, propone invece una visione radicalmente diversa: Eros non è un dio ma un demone, figlio di Poros — l'Abbondanza — e di Penia — la Povertà. Non è né bello né brutto, né sapiente né ignorante, ma sta a metà strada tra i contrari, «amante della sapienza, ed essendo tale sta a metà strada tra il sapiente e l'ignorante». L'amore non è il possesso della bellezza, ma il desiderio di essa; non è pienezza ma mancanza che tende verso il bene: «l'amore è rivolto al costante possesso del bene». Due immagini antitetiche — la metà perduta da ritrovare, e il demone che tende verso ciò che non ha — che hanno plasmato per millenni la nostra concezione dell'amore.
Erich Fromm, ne L'arte di amare, propone una risposta moderna a questa stessa domanda. Il problema di fondo dell'esistenza umana è la separazione: «Il senso di solitudine provoca l'ansia; anzi, è l'origine di ogni ansia». L'uomo è «messo di fronte alla soluzione di un eterno problema: il problema di come superare la solitudine e raggiungere l'unione». Ma Fromm distingue nettamente tra forme sane e patologiche di unione. La fusione simbiotica, l'unione orgiastica, la conformità al gruppo — sono tutte risposte illusorie che non risolvono la separazione. L'amore maturo è invece qualcosa di radicalmente diverso: un atto di volontà, una scelta consapevole, un'arte da apprendere e praticare ogni giorno. Non qualcosa che ci capita, ma qualcosa che facciamo.
Umberto Galimberti, in Le cose dell'amore, porta questa riflessione nel presente. Nell'età della tecnica, scrive, «l'amore diventa indispensabile per la propria realizzazione come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella relazione d'amore, ciò che si cerca non è l'altro, ma, attraverso l'altro, la realizzazione di sé». L'amore è diventato l'unico spazio in cui l'individuo può essere davvero se stesso, al di fuori dei ruoli imposti dalla società tecnicamente organizzata. Ma proprio per questo rischia di trasformarsi in un culto esasperato della soggettività, in cui l'altro è solo uno specchio. La via d'uscita, per Galimberti, è radicale: «Amore è violazione dell'integrità degli individui, è toccare con mano i limiti dell'uomo», non ricerca di sé ma espropriazione della soggettività, abbandono di sé all'alterità dell'altro. Tre voci distanti nel tempo ma convergenti in una domanda comune: cosa vuol dire amare bene?
Il secondo incontro (18 febbraio 2026) ha affrontato le radici ottocentesche e le trasformazioni contemporanee dell'amore, e i dati che nel frattempo la realtà italiana ci consegna rendono la discussione tutt'altro che astratta. Arthur Schopenhauer presenta la visione più radicalmente pessimistica: l'amore non è che l'inganno con cui la volontà di vivere — la forza cieca e irrazionale che governa l'universo — si serve degli individui per perpetuare la specie. «La specie soltanto ha una vita infinita ed è quindi capace di infinita soddisfazione e di infiniti dolori» (Il mondo come volontà e rappresentazione). L'innamorato crede di agire per sé, di seguire un sentimento sublime; in realtà è uno strumento della specie, che attraverso di lui persegue i propri fini riproduttivi. Per questo l'amore porta con sé un dolore indicibile — perché promette una felicità che non può mantenere, e dissolvendosi rivela la menzogna su cui era fondato. La gelosia, la sofferenza, persino l'odio che spesso segue l'innamoramento — tutto questo Schopenhauer riconduce a quella stessa essentia aeterna della specie che ci ha usati e poi abbandonati.
Zygmunt Bauman, in Amore liquido, trasporta questa diagnosi nel presente. L'eroe del nostro tempo è l'uomo senza legami, costretto a costruire qualunque relazione intenda usare come ponte di collegamento con gli altri ricorrendo alle proprie doti e capacità. In un mondo in cui tutto è diventato liquido e provvisorio, anche i legami affettivi devono essere «allentati, di modo che si possano sciogliere senza troppe lungaggini non appena lo scenario venga a mutare». Il sintomo più eloquente di questa liquidità è la sostituzione del linguaggio delle relazioni con quello delle connessioni: in una rete, connettersi e sconnettersi sono entrambe scelte legittime. Un ventenne intervistato da Bauman sintetizza con disarmante chiarezza il nuovo spirito del tempo: «Puoi sempre premere il pulsante 'cancella'».
Sullo sfondo di queste letture, i numeri parlano chiaro: nel 2024 in Italia sono stati celebrati 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023, con un calo ancora più marcato per i matrimoni religiosi (-11,4%). L'età media alle prime nozze ha raggiunto i 34,8 anni per gli uomini e i 32,8 per le donne. Le libere unioni hanno superato quota 1,7 milioni, e il 42,4% dei nati ha genitori non coniugati (ISTAT, Matrimoni, separazioni e divorzi 2024). Il senso di solitudine nella fascia 16-34 anni è cresciuto dall'11,7% del 2018 al 20,5% del 2024, e tra i 25 e i 34 anni è cresciuta sensibilmente la quota di chi attribuisce alla propria vita un giudizio basso, passando dal 9,8% del 2023 al 12,2% nel 2024 (ISTAT, Benessere equo e sostenibile/BES 2024). Sette giovani su dieci hanno vissuto periodi di ansia, depressione o altri disturbi dell'umore, e il 51% identifica nell'isolamento sociale il principale sintomo di difficoltà (Consiglio Nazionale dei Giovani/Istituto Piepoli). Bauman sembra aver visto giusto: i legami si sono fatti più liquidi, e la liquidità fa male ai legami. Laura Sestito e Luigia Simona Sica, in Dopo l'infanzia e l'adolescenza. Lo sviluppo psicologico negli anni della transizione verso l'età adulta (Junior, 2016), offrono una prospettiva psicologica su questo stesso scenario. Partendo dalla sesta fase dello sviluppo eriksoniano - quella dell'intimità versus isolamento, che si gioca tra i venti e i trent'anni - mostrano come, durante l'adolescenza, le relazioni amicali e sentimentali si stabilizzino, diventino esclusive e siano caratterizzate da un incremento nei livelli di impegno e di intimità con l'altro. Ma nella prima età adulta questo processo si complica: le nuove generazioni mostrano una crescente difficoltà a costruire relazioni sentimentali autentiche e stabili, cercando forme di impegno che non sacrifichino la propria crescita individuale. È la stessa tensione che Bauman descrive dal punto di vista sociologico, il conflitto tra il bisogno di legame e la paura di perdersi nell'altro.
Il terzo e quarto incontro (18 e 25 marzo 2026) sono stati rispettivamente dedicati alla discussione collettiva del saggio L'amore è cambiato. L'era post-romantica di Annalisa Ambrosio, propedeutica al successivo appuntamento - un dialogo aperto con l'autrice - che ha toccato i temi centrali del libro: le quattro bugie del mito romantico, la difesa dell'innamoramento come esperienza autoportante, lo strabismo tra saggezza e vita vissuta. Per un'analisi approfondita del testo e una traccia dell'incontro con l'autrice rimandiamo ad una prossima recensione.
Il quinto e ultimo incontro (15 aprile 2026) ha aperto a visioni alternative e provocatorie, mettendo in discussione i paradigmi tradizionali dell'amore monogamo attraverso due prospettive diverse ma complementari. Polisicure di Jessica Fern si apre con una dichiarazione di intenti che suona quasi come un manifesto: «Scrivo questo libro perché credo nell'amore. Infinite volte ho avuto prova del suo potere di guarirci, tranquillizzarci, connetterci e risvegliarci, così come ho avuto prova del trauma causato dalla sua assenza». Psicoterapeuta non monogama, Fern parte dalla propria esperienza, personale e clinica, per costruire uno strumento teorico e pratico che applica per la prima volta i principi della teoria dell'attaccamento alle relazioni non monogame. La tesi centrale è che la teoria dell'attaccamento costituisca una cornice «importantissima - addirittura rivoluzionaria - per comprendere il bisogno biologico e psicologico di sentirci legati alle altre persone in modo sicuro», e che questo bisogno non scompaia, anzi si moltiplichi e si complichi, quando si scelgono forme relazionali multiple. Il libro si articola in tre parti: la prima introduce la teoria dell'attaccamento e i quattro stili di attaccamento con i loro punti di forza e fragilità; la seconda analizza le motivazioni per scegliere la non monogamia, critica la teoria dell'attaccamento da una prospettiva non monogama e raccoglie informazioni pratiche dal lavoro clinico dell'autrice; la terza propone pratiche concrete per costruire relazioni poliamorose sicure, attraverso quello che Fern chiama la strada della polisicurezza. La sicurezza, conclude Fern, «si costruisce in modo intrecciato: può essere coltivata dentro di noi, certo, ma cresce all'interno dei legami che condividiamo con gli altri, e grazie a essi». Prima di avventurarsi nella lettura di Polisicure, potrebbe essere utile familiarizzare con alcuni termini che Fern raccoglie in un glossario iniziale che proviamo a sintetizzare:
- Compersione: la felicità che si prova quando la persona che amiamo vive una situazione positiva con altre persone che ama. L'opposto della gelosia — un'emozione per la quale le lingue europee non hanno trovato una parola propria.
- Non monogamia consensuale (NMC): avere più partner sessuali e sentimentali nello stesso momento, con il consenso consapevole di tutti. Include poliamore, matrimonio aperto e anarchia relazionale.
- Metapartner: due persone che condividono un partner ma non hanno tra loro un legame romantico o sessuale. Una relazione che nella monogamia semplicemente non esiste.
- Mononormatività: il paradigma culturale che presenta la monogamia come la forma di relazione più naturale o morale, rendendo difficile vivere alternative senza sentirsi devianti.
- Poliesaurimento: quando l'idea di aggiungere un'altra relazione fa sentire più esausti che felici.
Teoria del corpo amoroso di Michel Onfray è invece un testo filosofico radicale che parte da lontano, dal bestiario cristiano medievale, dalla iena lubrica e dall'elefante monogamo usati dalla patrologia come simboli del vizio e della virtù sessuale, per smontare duemila anni di costruzione ideologica della sessualità occidentale. La tesi di Onfray è netta: «La costituzione e la strutturazione dell'Occidente borghese e laico contemporaneo derivano da questa visione degenerata del mondo: odio delle donne, misoginia strutturale, schizofrenia generalizzata, pensiero binario e moralizzatore, ossessione bramosa di sottomettere la sessualità a una dietetica ascetica integrale». Contro questa tradizione, Onfray propone il recupero di un erotismo solare e del libertinaggio come strada verso equilibrio e felicità: «Contro l'inegualitarismo misogino, bisogna promuovere l'egualitarismo libertino» e il libertinaggio, precisa, invita a eliminare la sofferenza amorosa «e a volere l'uguaglianza delle donne su tutti i piani, come partner e complici, e mai più come nemiche o furie minacciose. In questo senso, esso propone virilmente una dottrina femminista». Innumerevoli i riferimenti alla filosofia greca antica (da Platone a Epicuro, dai Cinici ai Cirenaici) e alla tradizione patristica (da Paolo di Tarso ad Agostino).
I due testi convergono nel mettere in discussione i paradigmi tradizionali dell'amore monogamo, proponendo alternative che liberino l'individuo dalle sofferenze indotte da condizionamenti culturali, religiosi e moralistici. All'incontro si sono aggiunti due ulteriori riferimenti emersi dalla discussione: La zoccola etica di Dossie Easton e Janet Hardy, testo fondativo della letteratura sul poliamore, e Un poliamore così grande di Dania Piras, voce italiana sul tema.
In memoria di Vittorio Paronuzzi, che avrebbe camminato con noi su queste strade, con il suo sguardo curioso e la sua straordinaria capacità di ribaltare prospettive e aprire nuovi orizzonti.