Emanuela Anechoum a Leggermente, 8 aprile 2025
Nell'ambito del progetto Leggermente, Emanuela Anechoum ha presentato il romanzo d'esordio Tangerinn (E/O, 2024) alla Casa nel Parco, la Casa del Quartiere a Mirafiori Sud.
Si sono confrontati con l'autrice il Gruppo di lettura Cesare Pavese, il Gruppo di lettura Villa Amoretti e LeggiAmo | Letture condivise a KM0, con la partecipazione della prof.ssa Daniela Cappa e degli studenti del corso per adulti della 4N dell'Istituto d'Istruzione Superiore Marie Curie - Carlo Levi di Torino. Ha condotto l'incontro Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi).
La protagonista di Tangerinn, Mina, è una donna di trent'anni che ha abbandonato le sue radici – un indefinito «paesino mafioso di provincia che una volta era stato celebrato tra i migliori borghi d'Italia» – per trasferirsi nella cosmopolita Londra. A richiamarla nel microcosmo provinciale della sua infanzia e prima giovinezza è la notizia improvvisa della morte del padre, Omar, nato in Marocco ma radicatosi da decenni in Italia, dove ha edificato la sua esistenza attorno a un piccolo bar, divenuto col tempo un punto di riferimento per la comunità locale di migranti. Si delineano così, in questo romanzo, due esperienze di sradicamento poste a confronto: quella dei figli e quella dei padri, la condizione privilegiata dell'expat (dall'inglese expatriate, individui con elevato livello d'istruzione che lavorano all'estero per grandi aziende, godono di retribuzioni considerevoli e frequentano ambienti internazionali) e la realtà ben più aspra del migrante.
Nella narrativa contemporanea, si è assistito a una crescente affermazione della narrazione in prima persona e a un proliferare di autofiction, racconti autobiografici e memoir. Anechoum cerca di sottrarsi a questa tendenza odierna all'autobiografismo, dichiarando in tutte le interviste che - eccezion fatta per alcune storie tramandate dal padre, marocchino di nascita come quello della protagonista Mina - il suo primo libro è essenzialmente un romanzo, forma narrativa che si distingue per la capacità di abbracciare tanto gli aspetti oggettivi quanto quelli soggettivi della realtà, e che permette di raccontare anche ciò che risulta distante dalla nostra esperienza personale e non ci assomiglia.
I lettori odierni, e lo si verifica anche all’interno dei gruppi di lettura, hanno sempre più fame di storie vere e paiono dimenticarsi che - proprio nel genere autobiografico - l'io si trova in una situazione paradossale: è incapace di raggiungere una sincerità che possa essere considerata verità (cfr. L’io di carta di Giacomo Tinelli). La confessione, per quanto autentica possa sembrare, è intrinsecamente legata a un desiderio di controllo che inevitabilmente distorce la realtà. Maggiore è l'illusione di indipendenza proclamata, più forte è l'urgenza di creare fantasie e simulacri che sostituiscano la verità, alterandoli per adattarli alle proprie esigenze.
Con l'adozione della seconda persona nel prologo e nelle parti dedicate all'infanzia e alla prima giovinezza del padre, Anechoum sembra avvertire il lettore che - anche nelle sezioni più realistiche del romanzo - la verità non può che rimanere sfuggente, trattandosi della narrazione di un racconto altrui, filtrato attraverso i numerosi setacci della memoria e modulato attraverso la voce di chi lo ha tramandato. Anechoum è perfettamente consapevole, forse anche grazie ad una riflessione sulla esibizione dell’io che oggi - tramite i social - ha moltiplicato a dismisura le possibilità della propria autonarrazione, che ogni elemento autobiografico, soprattutto ciò che si crede di ricordare, è condannato alla finzione e che la narrazione in prima persona, fornisce un resoconto inevitabilmente menzognero e contraddittorio del proprio sé.
Mentre la narrativa contemporanea italiana, in questi ultimi anni, ha conosciuto anche un significativo rilancio del romanzo storico o di ambientazione storica, Anechoum sceglie deliberatamente di confrontarsi con la contemporaneità. La sua analisi narrativa mira a decifrare il complesso mondo in cui siamo chiamati a vivere, pur nella consapevolezza che tale comprensione, frutto dell'osservazione, resti necessariamente una costruzione incompiuta: non a caso, il finale aperto del romanzo mostra la protagonista ancora impegnata nel faticoso processo di una parziale presa di coscienza.
Pur dando vita ad una protagonista sgradevolmente antipatica e respingente, caratterizzata dalla più biasimata delle passioni – l'invidia – Anechoum evita accuratamente di indulgere in una provocatoria o scandalosa immoralità. Al contrario, concede a Mina la possibilità di evolversi attraverso piccoli ma significativi passi verso una più matura percezione di sé, evoluzione che avviene principalmente grazie al confronto con altre figure femminili, in primis con la sorella Aisha.
L'invidia è un vizio privo di piacere che porta la persona ad autoavvelenarsi attraverso il rancore e il risentimento: «Sono piena di veleno per i privilegi degli altri, e invidio anche i loro meriti» fa dire Anechoum a Mina. Essendo l'invidia soprattutto una passione relazionale (si veda su questo aspetto la penetrante analisi di Elena Pulcini in Invidia. La passione triste), che presuppone un continuo confronto con l'altro, essa si insinua frequentemente nelle amicizie, in particolare in quelle non paritetiche: «Spero che Liz perda tutto quello che ha», confessa Mina riguardo all'amica londinese, mentre simultaneamente, attraverso un desiderio mimetico, sogna di trasformarsi esattamente in lei. L'invidia si rivela così un sentimento oscillante, capace di coesistere paradossalmente anche con quel reciproco essere rifugio l'una per l'altra, che protegge entrambe dalla solitudine: «In alcune occasioni mi infilavo nel suo letto e dormivamo insieme abbracciate» racconta Mina.
L'autrice tratteggia con sguardo fenomenologico il complesso rapporto tra Mina e Liz, scandagliando le dinamiche dell'amicizia in una contemporaneità in cui l'autenticità personale risulta sempre più evanescente, sopraffatta da un dilagante opinionismo che detta regole in ogni ambito dell'esistenza. Nella cornice londinese del romanzo, la prosa di Anechoum si popola di riferimenti precisi a marchi, accessori e prodotti di consumo – elementi attraverso i quali diversi personaggi tentano faticosamente di assemblare un surrogato d'identità. Analogamente alla lezione del minimalismo americano, questi brand fungono da dispositivi contestualizzanti, mentre l'invidia della protagonista si trasforma in una potente lente d'ingrandimento che scruta minuziosamente la quotidianità - dai gesti apparentemente insignificanti alle scelte alimentari, dalle abitudini di viaggio ai rituali sociali - rivelando così l'alienazione, l'ambivalenza e le profonde contraddizioni che innervano il tessuto della società contemporanea. Emblematico è il riferimento ad un podcast «in cui le persone di successo parlavano dei loro fallimenti» ma questi fallimenti erano «sempre infinitesimali rispetto ai traguardi che avevano raggiunto».
Il registro ironico permea infatti ampie porzioni del discorso narrativo di Anechoum, fungendo da strumento rivelatore delle piccole e grandi incongruenze che abitano i vari personaggi: si palesa quindi un profondo divario tra opinioni professate e comportamenti effettivi, tra essenza autentica e immagine proiettata. Anche l'ironia situazionale – quella che scaturisce dall'incolmabile distanza tra l'orizzonte delle aspettative e lo svolgersi effettivo degli eventi – trova spazio significativo nella narrazione, come nei memorabili episodi del weekend nell'isola di Wight o del Natale in India, sequenze che hanno strappato ai partecipanti ai gruppi di lettura ora una sonora risata, ora un complice sorrisetto d'intesa. Del resto, non si dice che suscitare il riso rappresenti una sfida letteraria ben più ardua che muovere alla commozione?
Particolarmente illuminante è il confronto tra Mina e la sorella maggiore Aisha: sebbene quest’ultima sia rimasta casa e abbia portato avanti il bar del padre, non ha rinunciato del tutto a se stessa, dedicandosi per esempio al volontariato in un centro di prima accoglienza per migranti; Aisha si rivela una donna di straordinaria saggezza pratica e indossa l'hijab per scelta, rimanendo al contempo femminista, risoluta e appagata dal proprio senso di utilità sociale. La sua religiosità si esprime con delicata profondità: parlare con Dio per lei è come parlare con la parte più gentile di se stessa. «Nessuno ci ha insegnato a volerci bene - questo è l'unico modo che conosco» confessa con disarmante semplicità.
Anechoum, attraverso la figura di Aisha, ha voluto rappresentare un restare che è non è stasi, ma movimento. Così scrive Vito Teti, professore ordinario di antropologia culturale presso l’Università della Calabria, ne La restanza (Einaudi, 2022): «Partire e restare sono i due poli della storia dell'umanità. Al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare, edificando un altro senso dei luoghi e di se stessi. Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente». Mina, ossessionata dai luoghi, giunge infine a riconoscere che, nonostante Aisha sia rimasta apparentemente ferma, è riuscita a creare «qualcosa di bello con il suo tempo». Attraverso una riflessione sui luoghi in cui ci troviamo a vivere e che contribuiscono a definirci, Anechoum sembra rivelarci come - per qualcuno - più determinante del luogo fisico sia la modalità con cui si abita il proprio tempo, perché è proprio la temporalità a costituire la dimensione cruciale dell'esistenza. «Casa è una parola sfuggente» scrive il padre nella toccante lettera destinata a Mina e la nonna materna, con cui Omar ha giocato a carte ogni sera per trent'anni, ricorda che non era il luogo a definire l’essenza di Omar, dal momento che la propria dimora «se la portava in groppa, come le lumache».
La saggezza di Aisha trova un precedente familiare nella madre di Omar, Jidda, termine affettuoso con cui in arabo si indica la nonna paterna. Jidda emerge nel romanzo come figura memorabile per la sua saggezza, fondata su regole di vita semplici e profonde, ben diverse dalle convenzioni sottaciute del piccolo paese del sud in cui Mina si è trovata a vivere la sua prima giovinezza («Chi pagava il catering era pigra, chi preparava la torta in casa era una pezzente»). La saggezza di Jidda nasce invece dalla sua straordinaria capacità di abbracciare pienamente la compresenza degli opposti: una «divertita disperazione», una sorta di felicità malinconica che racchiude in sé gioia e tristezza. Come scrive Anechoum: «Ogni cosa contiene il suo contrario». Questa rievocazione della figura della nonna paterna, filtrata attraverso il ricordo del padre, rappresenta - secondo alcuni partecipanti al gruppo di lettura - una tappa fondamentale del percorso intrapreso da Mina per costruire un'identità di valore, anche dando spazio alle contraddizioni che ci costituiscono e accogliendo gli opposti che convivono in ogni esperienza umana.
Testo di Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi)
La registrazione dell'incontro con Emanuela Anechoum è avvenuta a cura delle Biblioteche civiche torinesi; il video è stato pubblicato sul canale YouTube delle BCT.