Leggere "L'era dell'acquario" di Fabio Bacà. In che modo la lettura amplifica il sentire?

Particolare della copertina del libro

Venerdì 15 maggio 2026, Lingotto, Padiglione 2, Sala Cobalto: a metà pomeriggio la sala è piena e sul palco siedono Fabio Bacà e Marta Perego; in platea, tra gli altri, una ventina di lettori del Gruppo di lettura Villa Amoretti e di altri gruppi delle Biblioteche civiche torinesi che, nelle settimane precedenti, hanno letto L'era dell'Acquario (Adelphi, 2025), portando domande, resistenze ed entusiasmi. 

Il tema dell'incontro - In che modo la lettura amplifica il sentire? - è uno di quelli che sembrano ovvi finché non ci si mette a rispondere davvero. Nella nostra sessione preparatoria all'incontro abbiamo trovato una risposta non nella confluenza dei nostri punti di vista, ma nel mantenere accostate le differenti prospettive. Una persona si era fermata a pagina 80; altre avevano letto tutto in un fiato. Alcune avevano scoperto un mondo che non conoscevano: le piattaforme erotiche per adulti e la logica economica che le governa. Un partecipante aveva trovato interessante il tema della premorte correlato alla sopravvivenza dell'anima e cercato riferimenti nel racconto filosofico-religioso di Plutarco su Tespesio e nel mito platonico di Er (La Repubblica, Libro X); un'altra persona riteneva invece che la questione della premorte fosse narrativa e pseudo-scientifica - non filosofica in senso stretto - e che invece le questioni filosofiche, in questo testo, si palesassero altrove. Tutti avevano letto lo stesso libro, ma non la stessa storia. Questa è l'amplificazione del sentire: la lettura collettiva non produce accordo ma rende udibili risonanze, voci e sguardi che sfuggono alla lettura individuale. 

Il romanzo

La storia si apre con un prologo misterioso che induce a credere di stare per iniziare a leggere un thriller: siamo nel 1980, in Svizzera e un uomo solitario, Dario Weber, porta il suo cane in montagna dopo una valanga. Il cane fiuta due corpi sepolti nella neve: una giovane donna dai capelli rossi, nuda, e un uomo con un ramo conficcato nell'occhio. Quest'ultimo, dapprima creduto morto, apre gli occhi e parla. È Walter Dioli. Viene tratto in salvo e, dopo diciannove settimane di coma, si risveglia. La storia poi prosegue nel presente narrativo (siamo nel 2018) strutturandosi in quattro parti, Gli occhi di Danae, Triangoli, X-Rated e Ragazze nella neve con alcuni personaggi principali. Chloe, 39 anni, ha lasciato Lugano da giovane costruendo a Milano una nuova identità fittizia, cancellando padre e fratello dalla propria vita. Produce e vende contenuti erotici su OnlyFans: il suo corpo è visibilissimo, la sua persona completamente inaccessibile. Samuele, 16 anni, nipote di Chloe che lei non sa di avere, è su una carrozzella per una malattia neuromuscolare ereditaria. È brillante, ironico, ferocemente autoironico, innamorato di Benedetta, una compagna di liceo che partecipa a gare di Poetry Slam e che risponde alla sua dichiarazione d'amore con una poesia che Samuele interpreta come rifiuto, costruendoci sopra un'intera architettura di dolore fino al limite del suicidio. Paolo, fratello di Chloe, ha cresciuto da solo Samuele dopo essere stato abbandonato dalla moglie Patrizia. Sullo sfondo, o meglio al centro di tutto come assenza strutturante, c'è Walter Dioli - padre di Chloe e Paolo - ricoverato a Lugano dopo un ictus. Walter, negli anni Ottanta, dopo il risveglio dal coma, aveva narrato la sua esperienza di premorte in un libro, Il frontaliere. Walter è un frontaliere in senso letterale: ha vissuto e lavorato tra Italia e Svizzera ma è anche un frontaliere nel senso più profondo, un uomo che ha attraversato il confine tra vita e morte e ne è tornato. 

Lo stile

La prosa di Bacà è volutamente barocca: frasi lunghissime, metafore esplosive, un lessico che sceglie sistematicamente il termine più raro: una scrittura alta, a cui non siamo più abituati. Per esempio la bellissima Chloe è così descritta: «Occhi di uno smeraldo paralizzante, da gorgone anguicrinita, viso di proporzioni euclidee» in cui si coglie un riferimento alla gorgone dai capelli di serpenti, metafora colta e letteraria. Oppure le metafore sociologiche legate alla critica ai social, attraverso un accumulo di aggettivi riferiti a «Facebook, che in poco tempo fu declassato a social bolso e pachidermico, obsoleto nella forma e irritante nei contenuti, ingolfato com'era dalle tonnellate di vaneggiamenti che milioni di profeti paracadutavano ogni giorno dalle altezze siderali della loro vacuità». Nei gruppi di lettura questo stile ha suscitato reazioni nette: alcuni si sono divertiti, altri l'hanno vissuto come eccesso. La distinzione più acuta emersa dalle discussioni del gruppo di lettura riguarda le diverse focalizzazioni: la prosa relativa a Chloe è effettivamente ipertrofica e quasi comica - l'ironia funziona come schermo contro la crudezza di certi contenuti - mentre le parti su Samuele e il dialogo tra Paolo e Stefania sono più misurate, più attente agli ondeggiamenti psicologici interiori.

L'umorismo e l'ironia non sono ornamentali: sono strutturali. La lista dei metodi di suicidio che Samuele redige come un modulo burocratico - con pro e contro e con l'indignazione verso l'OMS che non istituisce sportelli anti-rifiuto amoroso - è al tempo stesso la cosa più comica e più straziante del romanzo. Il ridicolo come forma di resistenza alla morte - una sorta di umorismo patibolare (espressione che durante l'incontro è tanto piaciuta a Bacà) - appartiene alla stessa cifra che l'autore attribuisce a Buster Keaton, di cui cita le presunte ultime parole quasi come emblema di una poetica.

Il dibattito filosofico

Riguardo al tema della premorte, Bacà lascia deliberatamente coesistere la spiegazione razionale (il libro di Raymond Moody, fondatore della moderna teoria sulle esperienze di premorte, La vita oltre la vita era conosciuto da Walter e, quindi, in qualche modo condizionante) con quella soprannaturale (Walter rivela particolari di cui non potrebbe avere conoscenza), senza risolverle. Non è una lacuna ma un finale aperto, una precisa scelta narrativa rivendicata dallo stesso autore. 

Le domande filosofiche vere del romanzo passano altrove. Attraverso Dario Weber, che pronuncia la frase più esplicitamente filosofica del libro: «La verità è una questione sopravvalutata» e soprattutto nel dialogo fra Stefania e Paolo, entrambi genitori di figli disabili. Le due visioni del mondo che Bacà mette a confronto sono nette e complementari, e vengono costruite non come un dibattito astratto ma come rivelazione progressiva nel corso di una passeggiata notturna. Lo innesca un pretesto apparentemente futile: Stefania si aspetta che i presenti alla cena non facciano pettegolezzi su di lei che cammina sola con Paolo, perché - ragiona lei - persone che vivono quotidianamente con la sofferenza di un figlio disabile dovrebbero aver imparato a non perdere tempo in cose sciocche. È una posizione esigente, quasi aristocratica nel senso etimologico: chi ha sofferto di più è tenuto a essere migliore. Paolo la ferma subito, con elegante risolutezza: «Crescere un bambino disabile dovrebbe aiutare i suoi genitori a diventare persone migliori?». Paolo rovescia completamente il ragionamento: proprio perché passi la vita accanto a qualcuno che non diventerà mai adulto, hai il diritto - forse persino il bisogno - di restare infantile tu stesso, ogni tanto. Il genitore del figlio disabile è condannato a fare compagnia per sempre all'eterno bambino che ha messo al mondo: concedersi piccole sciocchezze è una forma di sopravvivenza, non una mancanza. Questo dialogo filosofico fra due genitori stanchi è anche, segretamente, un atto di cura. Nessuno dei due ha soluzioni esistenziali definitive ma la scena suggerisce che il solo fatto di camminare insieme nella notte, dicendosi cose che non si dicono mai a nessuno, sia già una forma di risposta, pur se provvisoria e imperfetta. 

La chiave filosofica finale è però affidata a un oggetto: il libro di Alan  W. Watts La saggezza del dubbio, titolo che traduce liberamente l'originale The Wisdom of Insecurity (1951), che Paolo trova nella cassapanca del padre insieme al libro di Moody. Alan W. Watts è stato un grande mediatore occidentale del pensiero orientale (buddhismo e taoismo) per il pubblico degli anni Cinquanta-Settanta, e il suo messaggio centrale è che la ricerca di certezza spirituale rende più insicuri, non meno. Il dubbio è la postura esistenziale più onesta e più libera che si possa assumere. Paolo legge Watts nel parcheggio dell'ospedale mentre aspetta notizie del padre, ne trae la frase «Una vita priva di dubbi si risolve inevitabilmente in una vita senza speranze», poi decide di telefonare al barbiere. È la messa in pratica letterale della saggezza filosofica: smettere di cercare la risposta definitiva e tornare al presente, alle piccole cose concrete da portare avanti. Nei gruppi di lettura questa chiusura ha diviso: alcuni l'hanno trovata la risoluzione più onesta possibile, altri quasi deludente nella sua quotidianità. 

Il titolo

Infatti anche il titolo del libro L'era dell'Acquario ha generato discussione. Nel mito astrologico junghiano e nella controcultura degli anni Sessanta-Settanta porta una promessa: trasformazione spirituale, comunitarismo, autenticità, superamento dell'individualismo egoistico. Un sincretismo spirituale che nel romanzo trova spazio nella comune hippy dove si svolge il Prologo, nel libro di Alan Watts trovato nella cassapanca del padre, nella frase di Lao-tzu incisa sul caminetto: «Abbi cura di avere qualcosa in cui credere». Ma il mito porta con sé anche il suo rovescio: la spiritualità spesso si tramuta in abuso, l'aspirante profeta alla guida della comune probabilmente è un ciarlatano e il risveglio della coscienza si trasforma in un mercato. Eppure ciascuno dei protagonisti, a modo suo, compie dei piccoli sommovimenti - ancora insufficienti per una completa trasformazione ma comunque significativi per una ripartenza esistenziale. Forse è esattamente questo il punto: l'Era dell'Acquario non è uno stato da raggiungere, ma una tensione individuale e soggettiva da mantenere, senza un guru da cui farsi indottrinare. 

Corpi

Il romanzo è percorso da una riflessione costante sul corpo - non come tema dichiarato, ma come materia narrativa che affiora in dettagli precisi e spesso inaspettati. Il corpo di Chloe è il più visibile: è il suo strumento di lavoro, l'oggetto più controllato della sua vita. Produce e vende contenuti erotici su OnlyFans, e questo commercio - nonostante l'assenza di contatto fisico con i clienti - comporta una reificazione di sé per la logica mercantile che governa il tutto. Il paradosso è che Chloe, che esercita il massimo controllo sulla propria immagine, al tempo stesso perde il controllo sull'esperienza di abitare il proprio corpo. Le perdite di memoria spazio-temporali che la affliggono («le inspiegabili ablazioni di piccole parti di spazio-tempo dalla memoria») - non sa dove si trova, come è arrivata in un posto, quanto tempo è passato - possono essere lette come il simbolo di questa alienazione, la traccia di piccoli traumi ripetuti nel tempo: il corpo continua a muoversi e a stare nei luoghi, ma la coscienza si disconnette. E poi c'è la vescica sul piede, causata dal sandalo costoso: il corpo dice la verità nonostante la perfezione dell'immagine. La piccola imperfezione - che la bellezza esige come tributo - richiama, con un dolore pulsante e bruciante, alla verità del corpo. 

Il corpo di Samuele è l'opposto: non controllato, non esibito, non venduto. È il corpo della malattia, la Charcot-Marie-Tooth, la carrozzella, le gambe che non rispondono. Bacà ha il coraggio di non farne mai un elemento di redenzione o di ispirazione. Samuele non è un disabile motivazionale che supera se stesso: è un ragazzo arrabbiato, vanitoso, brillante, ferito, capace di un'autoironia feroce che è la sua forma di dignità. Il corpo disabile è semplicemente la condizione dentro cui vive. È una delle scelte narrative più rispettose e meno retoriche del romanzo.

Poi c'è la scena del memoriale, nella Parte Terza. Chloe cammina per Bassano, si ferma un minuto davanti al panorama della pedemontana del Monte Grappa, si annoia, e nel voltarsi quasi travolge il memoriale del martirio di trentuno giovani partigiani impiccati dai nazifascisti nel settembre del 1944. Anziché andarsene, cammina lungo il viale, legge i nomi, fissa i volti nelle foto in bianco e nero. Sotto l'ultimo leccio le viene un pensiero solo: «Io invece sono viva». Durante l'incontro ho rimarcato questa scena come esempio della sospensione del giudizio che Bacà attua all'interno del testo: semplicemente vengono accostati il corpo della donna - reificato dalla sua professione e soggetto ad impulsi autodistruttivi cronici - e i corpi dei giovani martiri, morti sacrificando se stessi per ideali più alti. L'autore non giudica ma giustappone; e lascia che il contrasto agisca da solo, senza commento, in modo che ciascuno possa scegliere di giudicare o di non farlo. La letteratura come accostamento di realtà moralmente distanti, senza verdetto, senza retorica, certamente contribuisce ad amplificare il sentire di ognuno. 

Una scoperta in sala

Durante la preparazione del nostro gruppo di lettura avevamo identificato un dettaglio che ci sembrava significativo (non ci eravamo immediatamente accorti che Bacà stesso lo confermava nei ringraziamenti!): la poesia che Benedetta recita in pubblico come apparente risposta alla dichiarazione d'amore di Samuele non è infatti composta dallo scrittore. È un testo autentico di Maria Oppo, poetessa sarda tre volte campionessa del Poetry Slam Sardegna. Bacà ha prestato al personaggio una voce reale, esistente - anche una sorta di riconoscimento verso una poetessa contemporanea. All'incontro del 15 maggio, Maria Oppo era in sala e ha declamato davanti a noi i suoi versi. 

La parola letteraria

La parola letteraria allarga dunque i limiti della nostra esperienza, della nostra conoscenza, del nostro pensiero e ci suggerisce che ciò di cui siamo fatti noi, e i mondi che ci ospitano, è assai più vasto di quanto si possa esperire direttamente. Leggere è un antidoto contro l'io ipertrofico che caratterizza l'attuale solitudine del vivere sociale. Leggere è sostanzialmente pensare, ascoltando, accanto alla propria, un'altra voce. Scambiarsi queste voci attraverso la pratica letteraria dei bookclub amplifica la lettura solitaria, espande la comprensione della realtà, rende il pensiero più flessibile, più duttile, più problematico. Ed è per questo che vale la pena tornare, ogni volta, a leggere insieme.

Testo di Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi)

Un ringraziamento a PDE (Promozione Distribuzione Editoriale) per l'invito e per aver reso possibile la nostra partecipazione all'incontro. 

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Marta Perego, Fabio Bacà e Maria Oppo

Sui due precedenti romanzi di Fabio Bacà è possibile leggere il seguente approfondimento: Fabio Bacà a Leggermente, 12 aprile 2024