"Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah"

Elena Colombo

Biblioteca civica Villa Amoretti, Torino – 26 novembre 2025

L'incontro con Fabrizio Rondolino per la presentazione di Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah (Giuntina, 2025) - a cura della Biblioteca civica Villa Amoretti, con il patrocinio della Comunità ebraica di Torino, in collaborazione con la casa editrice Giuntina e la Libreria Claudiana, e moderato dallo storico Alberto Cavaglion - ha offerto un'occasione preziosa per riflettere su una delle vicende più singolari e strazianti della Shoah italiana, quella di Elena Colombo.

La specificità del caso di Elena emerge con evidenza dalla documentazione: è l'unica bambina ebrea italiana, di cui si abbia notizia certa, che abbia affrontato da sola il viaggio verso Auschwitz. I genitori, Sandro Colombo e Wanda Debora Foa, erano stati arrestati e deportati durante un rastrellamento a Forno Canavese, dove la famiglia si era nascosta dopo essere sfollata da Rivarolo. Elena, arrestata insieme a loro, fu inizialmente affidata a conoscenti, quindi all'Istituto Charitas di Torino, in corso Quintino Sella 79, per essere infine internata a Fossoli di Carpi e da lì deportata ad Auschwitz. Percorse questo tragitto senza alcun familiare al suo fianco, in una solitudine che non può che interrogarci profondamente sul significato della sua esperienza e sulla possibilità stessa di restituirne testimonianza.

L'evento si è aperto sottolineando il profondo legame tra la storia di Elena Colombo - cugina prima del padre di Fabrizio Rondolino - e la casa editrice Giuntina che ha pubblicato il libro.  Daniel Vogelmann, fondatore della Giuntina, nato dopo la guerra dal secondo matrimonio del padre Schulim (unico sopravvissuto della famiglia grazie alla lista di Schindler), non ha mai conosciuto la sorellina Sissel (cfr. Piccola autobiografia di mio padre). Esiste più di un nesso fra queste due bambine: Elena e Sissel si sono incrociate nel tempo e nello spazio del tragico, da intendersi come la precarietà dell’essere in un incertissimo mondo reale. Entrambe nate a Torino, Elena Colombo nel 1933 e Sissel Vogelmann nel 1935, entrambe deportate ad Auschwitz e uccise a pochi mesi di distanza l'una dall'altra. Sissel aveva otto anni quando morì il 6 febbraio 1944; Elena ne aveva dieci quando fu assassinata il 10 aprile dello stesso anno, appena due mesi dopo. All'incontro era presente il presidente della Comunità ebraica torinese Dario Disegni, nipote del rav Dario Disegni (1878-1967), nonno di Sissel. 

I partecipanti ai gruppi di lettura Villa Amoretti e Leggere in Claudiana hanno riconosciuto nel primo capitolo del libro un fondamentale preambolo teorico: Rondolino distingue tra il «grande vuoto» lasciato dalla Shoah nell'Europa centrale e orientale – dove «la Soluzione finale ha funzionato alla perfezione» – e i 'piccoli vuoti' delle singole storie familiari. Questa gradazione nella tragedia non diminuisce il peso delle singole vicende; al contrario, sottolinea come la memoria possa essere riempita di significato solo attraverso le storie individuali.

Particolarmente apprezzata dai partecipanti ai gruppi di lettura è stata la scelta etica dell'autore di non colmare le lacune documentali con ricostruzioni romanzate. Rondolino stesso, nel libro, afferma con rigore e umiltà: «Non ho idea di come Elena abbia reagito agli eventi che sto per raccontare, [...] non ho dunque il diritto di immaginare le reazioni di un altro, e certamente non di una bambina». Questa scelta di rimanere 'sulla soglia', di non invadere lo spazio intimo e inconcepibile dell'esperienza di Elena, rappresenta un atto di rispetto nei confronti dell'alterità e di consapevolezza dell'inadeguatezza del linguaggio di fronte all'inimmaginabile.

Il lavoro di ricerca, protrattosi per quattro anni, ha assunto per l'autore una duplice valenza: da un lato l'indagine storico-documentaria, dall'altro un percorso di risalita genealogica e identitaria – come egli stesso scrive – «una specie di aliyah, sentimentale e interiore anziché fisica e geografica, nel tempo anziché nello spazio: cercando Elena sono risalito verso la mia famiglia ebrea, le sue diramazioni e le sue discendenze». Elena era cugina prima del padre di Fabrizio Rondolino, lo storico del cinema Gianni Rondolino. Il ricordo di Elena è stato custodito dai familiari superstiti – con quella discrezione che spesso caratterizza i traumi familiari. «Della bambina nessuna notizia mai», scrive Marcella Colombo, nonna di Fabrizio e zia di Elena, in una lettera del maggio 1946 indirizzata alla Delasem, la Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei. Quella frase lapidaria testimonia il peso insostenibile di un'assenza, un vuoto che solo a distanza di generazioni è stato possibile affrontare, quando la distanza temporale ha reso forse più sopportabile il dolore della memoria.

Il libro è profondamente radicato nella topografia torinese e nella storia della nostra città: la vita da scapolo di Sandro Colombo, padre di Elena, alla fine della Prima guerra mondiale, a Torino – che Rondolino immagina «ancora gozzaniana» e poi la sua attività di produzione di carta globulare per dolci che si trasferisce in via Piazzi 3 (dove oggi si trovano le pietre d'inciampo che ricordano la famiglia Colombo, visitate da alcuni partecipanti ai gruppi  di lettura); le reazioni della comunità ebraica torinese all'assemblea straordinaria dopo le leggi razziali, con la drammatica spaccatura generazionale tra anziani e giovani; significativa è la menzione di suor Giuseppina De Muro - figura già incontrata dal gruppo di lettura di Villa Amoretti nel libro di Martina Merletti, Ciò che nel silenzio non tace. La relazione della suora al cardinale Maurilio Fossati, in cui afferma di aver conosciuto, alle Carceri Nuove di Torino, 138 israelite in grave difficoltà, documenta l'impegno di chi, nel buio della persecuzione, cercò di portare conforto.

Un altro tragico incrocio racconta il libro di Rondolino: quello ad Auschwitz III-Monowitz, tra Primo Levi e Sandro Colombo. Levi, catturato il 13 dicembre 1943, arrivò ad Auschwitz nel febbraio 1944. Sandro Colombo si trovava già a Monowitz dopo il 6 febbraio 1944 e fu sottoposto alla selezione il 25 marzo. Primo Levi arrivò quindi venti giorni dopo Sandro e raccontò in Se questo è un uomo dei «ben noti ebrei italiani, arrivati due mesi fa, tutti avvocati, tutti dottori, erano più di cento e già non sono che quaranta, quelli che non sanno lavorare e si lasciano rubare il pane e prendono schiaffi dal mattino alla sera; i tedeschi li chiamano «zwei linke Hän-de» (due mani sinistre), e perfino gli ebrei polacchi li disprezzano perché non sanno parlare yiddisch». Le vite parallele di Primo Levi e Sandro Colombo a Monowitz rappresentano il destino della Shoah che si è biforcata in testimonianza e silenzio, parola e assenza, separando i salvati dai sommersi. 

Uno dei temi emersi durante l'incontro ha riguardato il grado di integrazione degli ebrei torinesi alla vigilia delle leggi razziali. Rondolino riporta nel suo libro la testimonianza emblematica di Aldo Zargani, tratta da Per violino solo. La mia infanzia nell'aldiqua 1938-1945: «Nel 1938 sono stato obbligato per legge a diventare ebreo». La formulazione paradossale di Zargani coglie con precisione un fenomeno storico documentato: l'elevato livello di assimilazione della comunità ebraica torinese, caratterizzata da un'incidenza significativa di matrimoni misti e da un'identità ebraica vissuta come secondaria rispetto all'appartenenza cittadina e nazionale. Le leggi razziali del 5 settembre 1938 operarono una frattura radicale: imposero per via amministrativa una categorizzazione etnica che molti ebrei italiani non riconoscevano come propria identità primaria. Cittadini pienamente integrati nel tessuto sociale, culturale ed economico si trovarono improvvisamente ridefiniti come "ebrei" per decreto, espulsi da un'appartenenza nazionale che avevano considerato acquisita e incontrovertibile.
Alcuni partecipanti ai gruppi di lettura hanno sollevato interrogativi critici sulla profondità effettiva di questa assimilazione, anche richiamando il romanzo di Filippo Tuena, Le variazioni Reinach, che documenta come anche i membri più integrati della borghesia ebraica europea – quella dei salotti proustiani, dei côtés di Swann e dei Guermantes – non siano stati al riparo dalla macchina sterminatrice nazista. 

Uno degli aspetti più toccanti emersi dall'incontro è stata la riflessione su come la rammemorazione, nel caso di Elena, abbia seguito vie proprie, imprevedibili e personali. Elena non è mai stata dimenticata: mentre nella famiglia diretta il ricordo è stato custodito in forma privata e silenziosa fino alla pubblicazione del libro di Fabrizio Rondolino, altre figure si sono assunte il compito della testimonianza pubblica. Piera Billotti Marinoni (presente all'incontro), la cui madre Anna Maria non aveva mai saputo quale sorte fosse toccata alla famiglia Colombo, ha promosso l'iniziativa delle pietre d'inciampo in via Piazzi. Bianca Bellesio, la partigiana Kira che conobbe Elena nei dieci mesi trascorsi a Rivarolo, ne conservò il ricordo per tutta la vita e sua figlia, Laura Doglione, ha inserito Elena nei suoi romanzi sulla Resistenza. Nel discorso inaugurale dell'area giochi a Rivarolo intitolata alla bambina ha affermato: «Pur non avendo mai conosciuto Elena, ho vissuto con Elena per tutta la vita». Anche le compagne di scuola Laura Ravenna (presente all'incontro) e Renata Segre hanno contribuito alla trasmissione della sua memoria.

Questi esempi documentano come la rammemorazione non segua necessariamente linee familiari dirette e nemmeno percorsi lineari, ma possa affidarsi a testimoni indiretti che assumano su di sé il compito. Questa testimonianza di una rete di memorie - che si sono intrecciate e tramandate - ci induce, per il Giorno della Memoria 2026, a scegliere di sostare silenziosi e immobili («come sul bordo di un crepaccio» scrive Rondolino) di fronte al vuoto più grande di tutti, l'incomprensibilità radicale della Shoah. Dopo il 7 ottobre 2023, ha osservato Alberto Cavaglion durante l'incontro, anche il tema della memoria della Shoah deve essere ripensato e riformulato secondo modalità che oggi risultano ancora impossibili da definire. Non sappiamo quali forme assumerà, quali nuove domande dovrà accogliere e come le ferite contemporanee si intrecceranno con quelle della Storia. Resta però una certezza, come scrive Cavaglion in un articolo su Vive Voci «Non si può negare che il valore della testimonianza consista nel suo perdurare in un mondo nel quale essa appaia del tutto inutile» (cfr. https://vivevoci.it/sette-giorni/effetto-notte-boris-carmeli-la-memoria-nonostante-tutto-e-la-nave-con-il-basso-profondo/). 

Testo di Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi). 

La registrazione dell'incontro con Fabrizio Rondolino è avvenuta a cura delle Biblioteche civiche torinesi. Il video è stato pubblicato sul canale YouTube delle BCT.

Fabrizio Rondolino è nato a Torino nel 1960. Per molti anni ha lavorato come funzionario del PCI, cronista politico e consigliere per la comunicazione, prima di trasferirsi nella campagna sabina. Ha pubblicato romanzi, racconti e alcuni saggi.