Bowie e il rock del deserto

Marinella_Venegoni

Sarebbe sufficiente, per sottolineare la grandezza di questo artista, scomparso prematuramente nel gennaio del 2016, alla fondamentale impronta che ha saputo dare nella evoluzione di disparati generi musicali: dal glam-rock al dark-gothic, dal punk alla new-wave sino al sinth-pop. Genio “mutante” e assoluto, in oltre 50 anni di carriera ha saputo riciclarsi in infiniti trasformismi artistici, mettendo in discussione il ruolo di un Occidente fascinoso e contraddittorio, ridisegnando il ruolo del rock come arte “globale” e aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il music-hall, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive. È ciò che se ne ricava anche nella lettura di questo articolo in cui Marinella Venegoni mette a nudo la figura di un Bowie insofferente a qualsiasi traguardo acquisito, risultando spesso ostico nelle sue scelte anche nei confronti del pubblico dei concerti live.

Bowie e il rock del deserto

Meno male che c'è stata la rovente punkmaratona di ieri sera, che ha riportato in Italia i redivivi Sex Pistols più i Sepultura, i Bad Religion, gli Slayer, il vecchio divo Iggy Pop; meno male perché, davanti a circa ottomila persone, ha ripreso un po' di fiato il Live Link Festival, la lunghissima manifestazione che deambula tra la Curva Sud dello stadio Olimpico e il Centralino del Tennis al Foro Italico. Questo Festival è una strepitosa parata di artisti raramente esibiti in un'unica manifestazione, ma soffre di una affluenza quasi mai proporzionata ai nomi in cartellone. L'altra sera, per esempio, con David Bowie c'erano a malapena quattromila persone, e i decibel martellanti si schiantavano contro le enormi e deserte scalinate laterali di cemento, procurando fitte allo stomaco. Viene da pensare che davvero la stagione dei grandi dinosauri del rock, con le loro bizze e le maxistrutture, abbia fatto il suo tempo. Solo gli italiani Vasco Rossi, Ligabue e Renato Zero hanno finora riempito la Curva Sud di 25 mila persone; per Tina Turner erano 15 mila, 7 mila per Santana, solo 1500 per Patti Smith al Centralino e poche migliaia ancora per David Bowie, che ha deluso le attese con uno spettacolo brevissimo, di un'ora senza neanche un bis: quando la piccola folla ha visto il pulmino parcheggiare di fianco al palco, pronto ad accogliere il divo in fuga prima di mezzanotte, è esplosa a sua volta in un concerto, ma di fischi e buuhh che hanno accompagnato la partenza del mezzo. Forse, neanche una Curva Sud di stadio è la più adatta a simili kermesse estive, per la sua freddezza spersonalizzante. E sì che Roma è piena di bellissimi spazi e giardini. Ma siamo alle solite, il rock non lo vuole nessuno e ormai forse neanche i veri appassionati, che d'estate mostrano di preferire i Festival a tema negli ambienti meno anonimi delle città di provincia carichi di storia. Preceduto da una lunga schiera di personaggi minori ma non per questo non interessanti, da Ustmamò a Joe Satriani, David Bowie era arrivato l'altra sera sul palco alle undici meno un quarto: ci ha messo un'ora giusta a sciorinare il suo ultimo disco Outside, prodotto da Brian Eno, un concept album volutamente non popolare, con pochi altri brani famosi di varie epoche, da The Man Who Sold the World a Scary Monsters. Il set suggeriva l'atmosfera inquieta del thrilling artistico, fra statue e quadri appoggiati a terra, con straordinari fasci di luci multicolori, e con Bowie impegnato in una studiata freddezza espressiva nella strada impervia che ha scelto: il rifiuto dell'effetto musicale scontato per una formula che sta fra il concerto e la pièce teatrale. Formula elitaria, che è già stata ampiamente raccontata e che risulta bocciata dal grande pubblico, come del resto il disco, al minimo storico rispetto al suo standard di vendite. Quel che va sottolineato è il percorso creativo di Bowie, insofferente di ogni traguardo acquisito, di ogni routine, coraggioso e forse divertito nell'affrontare i rischi dell'impopolarità con la scelta di show così brevi e di non concedere bis. Ma Outside starebbe benissimo in un teatro off Broadway, per un'intera stagione: e per mostrarsi davvero coraggioso, l'artista dovrebbe evitare simili squallidi “prendi i soldi e scappa dallo stadio”. Questa sì, sarebbe una scelta coerente.

 

Marinella Venegoni - «La Stampa», 11 luglio 1996

Di Renzo Bacchini

Rielaborazione grafica di Roberta Di Martino

Proposte disco-bibliografiche dal catalogo BI.TO