Chi salverà la musica?
Difficile, se non impossibile, offrire risposte soddisfacenti al titolo di questo intrigante articolo di Marinella Venegoni. Perché se gli Anni Novanta si aprivano all’insegna di una generale incertezza sul futuro della musica, sui generi che per alcuni decenni hanno alimentato l’anima del suono ma inesorabilmente erano entrati in una fase decadente e di assoluto bisogno di rinnovamento, questi anni Duemila ripropongono esattamente le stesse domande sollevate in questo articolo. Ancor più che in passato, l’industria digitale ha reso vulnerabile la musica e i fenomeni ad esso legata durano il tempo di pochi minuti. Nessuno, oggi, sembrerebbe intenzionato a investire su nuovi Battisti-Mogol, seppure ne esistano da qualche parte. Ed è parallelamente impossibile riconoscere nuovi generi musicali poiché tutto viene mescolato in stili differenti che in qualche modo ridefiniscono i confini della musica in una nebulosa fatta di contaminazioni e ibridi. La tecnologia ha reso gli strumenti musicali più accessibili a tutti, ovunque: è sufficiente una connessione Internet…
Chi salverà la musica?
Tanti funerali celebrati, tante resurrezioni annunciate e qualcuna riuscita; ma novità, zero. Tramonta il sogno di una musica dei giovani continuamente rinnovata e rivoluzionata. I buoni sentimenti espressi dal rock dopo decenni di trasgressione quasi soffocano la creatività delle generazioni avanzanti. Il mondo non sa più restare in silenzio, ma appare privo di segnali positivi; questo momento dell'anno, tradizionalmente di bilanci prima che l'industria discografica vada in vacanza, è sconsolante. Salutato come grande rivincita off, il rap è digerito e un poco alle corde; l’heavy metal campa sull'onda del grande exploit del 1988; fagocitata dai sintetizzatori che l'hanno campionata e spersonalizzata, la musica etnica è rimasta l'ultima speranza di salvezza. Ma soltanto se le sue infinite ramificazioni sapranno resistere all'orgia di spersonalizzazioni che l'industria dei suoni scatena senza alcun rispetto nell'etere soffocato dalla musica. Gli Anni Novanta si affacciano su un orizzonte oscuro. Ma non è la prima volta, e nei loro pensatoi di Londra o di New York, i manager delle case discografiche si consolano e sperano pensando che, storicamente, periodi simili a questo precedono sempre momenti di grande rivoluzione. Nei Sessanta, appena prima dei Beatles, la situazione era spenta; ed era spenta nei Settanta, prima del corrosivo esplodere del punk e della new wave. Nella confusione, nell'incertezza, nascono come le mosche i dischi-primi di milioni di aspiranti divi, pescati fra le etichette indipendenti e nei circuiti dei pub. Chi se la passa peggio, come creatività, sono i bianchi, le cui azioni nella discografia internazionale appaiono in ribasso sconsolante. L'industria anglosassone guarda con speranza alle band giovanili nere: in Inghilterra il miraggio sono i figli degli immigrati dai Caraibi negli Anni Cinquanta, e l'America punta al rock arrabbiato dei neri Living Colour; ma c'è anche chi crede nell'evoluzione del rap, e a un suo possibile innesto con l'heavy metal. Dovunque, l'interesse maggiore è di catturare le influenze di suoni non occidentali, ma adattandoli ad una musica che vada bene per i consumatori di dischi, un mercato quasi tutto dell'Ovest: questo filone di contaminazioni sonore e di ricerche senza frontiere è stato battezzato “World Music”, il rischio è l'omogeneizzazione definitiva, che attinga dalle culture vive ma solo per fagocitarle. Dice Ron Fair, capo dell'internazionale della A&R: “Sono tutti disperati e in ansia, alla ricerca del prossimo grande trend del pop. Io ho la sensazione che la culla possa essere la musica latinoamericana. Se ci fosse una giovane band di influenza latina che prendesse dal salsa come i Police hanno preso dal reggae, e con un leader enigmatico come Sting, allora potrebbe essere davvero la rinascita”. Forse è soltanto un'illusione, l'ultima illusione di questi Anni Ottanta sprecati malinconicamente nell'attesa lunga di una rivoluzione (sonora) che non era più possibile. L'industria elettronica dei suoni ha fatto scrivere musica di plastica; il sudore, quello vero, è stato raro, retaggio prezioso di un artigianato che si fa sempre più marginale. Oggi si guarda al rai maghrebino e alle ritmiche sudamericane con la fiduciosa certezza che sempre l'Occidente ha assunto quando creava, e ricreava, il mito del Buon Selvaggio. Robinson Crusoe non conosceva il pop, ma un Venerdì è sempre pronto sull'isola per aiutarci a illuderci. Gli Anni Novanta sono alle porte e nessuno sa ancora che musica suoneranno.
Marinella Venegoni - «La Stampa», 18 agosto 1989
Di Renzo Bacchini
Rielaborazione grafica di Roberta Di Martino
Proposte bibliografiche sulla World music dal catalogo BI.TO