De Gregori fra passato e presente

Marinella Venegoni

A 21 anni, nel 1972, Francesco De Gregori pubblica il suo primo disco insieme all’amico Antonello Venditti: il debutto solista avviene però l’anno seguente, con Alice non lo sa, che ottiene un discreto successo. Da allora, sono oltre 20 i dischi in studio e poco meno dal vivo prodotti in quasi 50 anni di carriera. La sua presenza nel mondo musicale ha cambiato, in un certo senso, la scena del panorama italiano, grazie ad una singolare capacità di fascinazione unica e forte: le sue canzoni attingono a piene mani dal folk anglosassone, dal rock, dalla musica popolare e in particolare dalla scuola dylaniana. Ha scritto oltre duecento canzoni, improntate per la maggior parte da testi elusivi, enigmatici e sfuggenti, capaci però di aprirsi, di svelarsi sapientemente. Padre nobile della musica contemporanea d’autore, De Gregori ha scelto la canzone per esprimersi, per contribuire alla comprensione del proprio tempo e del proprio cuore, dando voce alla testa e al cuore di tutti.

 

De Gregori fra passato e presente

Una fedelissima, entusiasta setta di duemila persone - chiuse nel palasport con capienza di cinquemila cristiani, in questo paesone alle porte di Brescia in terra di Bossi - ha accolto ieri sera deliziata il debutto di Francesco De Gregori in tour per la prima volta dopo tre anni con il nuovo disco Prendere e lasciare, accolto dalla critica senza superlativi. Se fin dalle prime note del disco si manifesta il dylanismo che tiene prigioniero l'autore, anche in tour il riferimento al Grande Maestro non abbandona mai il Vate romano: la promessa è di cambiare ogni sera scaletta, scegliendo fra quaranta brani. Niente da capire è stata la prima canzone regalata con signorili sorrisi e familiarità ai ragazzi di ogni età corsi a Montichiari. Un preambolo per sola voce e chitarra, in una cornice poetica e amabile di scarne impalcature con poche luci. Tutto era elegante, fors’anche perché Francesco è un uomo bello da vedere e sta sul palco in modo imponente, da principe, tutto vestito di nero, con un cappelletto da baseball. Subito dopo, Pezzi di vetro, da Rimmel del beato tempo che fu, quando aveva tanti capelli e tanta poesia in cuore forse meno amara di oggi. Poi la scena si apre sulla band, e purtroppo il Palasportino di Montichiari suona bene quanto quello di Perugia, e se qui e là ci fanno così pochi concerti, un motivo ci sarà pure. In sonorità che il rimbombo si mangiava, è arrivato Scacchi e Tarocchi del disco omonimo, dei primi Ottanta, aspro e fra i più criticati della sua carriera. Ulteriore salto all'indietro con un magnifico inno pacifista, Generale, improntato allo stesso registro musicale, rock con chitarre dure intervallate da quella acustica del protagonista. Come già stanno facendo altri maghi della scena musicale (fra i quali quella vecchia volpe di Maurizio Vandelli), De Gregori ha scelto per accompagnarlo un gruppo di giovanissimi, che innervano di suoni freschi e attuali la sua maturità. I ragazzi - Marco Gravero alla chitarra, Ferruccio Battaglino al basso, Massimo Filannino alle percussioni, Carlo Gaudiello alle tastiere, Roberto Rossi alla batteria, ancora alle chitarre Fabrizio Viscardi e Guido Guglielminetti produttore musicale consolidato - hanno poi vestito di suoni virulenti anche Viva l'Italia, che nella prima giornata dopo il battesimo della Padania finisce per dire tutto ciò che molti avrebbero voluto saper dire il giorno prima: nel tempo, del brano si sono appropriati missini e socialisti, soltanto adesso la situazione la riconduce ad un'appartenenza collettiva, senza più le ambiguità retoriche che qualcuno le aveva attribuito. La prima parte del concerto è come un album di memorie. Ecco Rimmel, ecco addirittura - fra grandi cori – Alice, che nei lontani Anni Settanta fece scoprire la creatività di un giovane, promettente figlio di una professoressa romana appena uscito dal Folkstudio con Antonello Venditti. E poi ancora, La donna cannone, capolavoro di poesia che incantò per primo Lucio Dalla. I brani di Prendere e lasciare sono arrivati solo più tardi, in una serata festeggiatissima dal pubblico e maltrattata dal Palasport. Successo al di là dei rimbombi, davvero senza frontiere.

Marinella Venegoni - «La Stampa», 17 settembre 1996

Di Renzo Bacchini

Rielaborazione grafica di Roberta Di Martino

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