Finardi canta rabbia e dolcezza

Marinella_Venegoni

Eugenio Finardi è noto per il suono rock di genere italiano legato al cantautorato politicamente coinvolto di derivazione folk rock e vicino alle canzoni di protesta di Bob Dylan. La consacrazione del suo successo arrivò soltanto nel 1976, con il disco Sugo (1976), contenente le sue due canzoni più famose: La Radio e Musica ribelle, veri e propri inni giovanili, unitamente a Extraterrestre, dal disco Blitz, (1978). Nella sua più che quarantennale carriera musicale e artistica ha mantenuto sempre un impegno sociale di grande spessore, unitamente all’appoggio per le associazioni di volontariato per i minori o disabili in genere o legati in particolare ai bambini down. Dal punto di vista artistico, la sua musica ha toccato stili diversi, passando per il rock più ruvido ad atmosfere più dolci e rilassate (senza che ciò ne limitasse l’impegno sociale i contenuti ad esso legati), dal blues al debutto in teatro con uno spettacolo in cui ha raccontato e ripercorso oltre trenta anni della sua carriera. Lo spirito indomito della sua vita e della musica ci ha offerto narrazioni collettive, sempre dalla parte dei più deboli e degli sfruttati: per questo, le storie che ha raccontato, come scriveva Marinella Venegoni in questo articolo, non sono mai state cronache individuali, ma una delle tante facce del rock.

Finardi canta rabbia e dolcezza

Il rock è una dimensione anche psicologica che accompagna e asseconda a modo suo la maturazione individuale e i mutamenti collettivi della società. E l'italoamericano Eugenio Finardi, 39 anni, bionda criniera leonina e piglio polemico di sempre, è inconfondibilmente e sinceramente rock, proprio come ai tempi della musica ribelle e delle radio libere veramente; passati gli Anni Ottanta che per lui e per quelli che gli somigliano sono stati un lungo incubo da dimenticare, finiti i tempi bui delle serate nei locali della provincia più sperduta e dei rari dischi incisi e non venduti, è tornato alla creatività più convincente e alla voglia di suonare: e sono tornati, guarda caso, anche quelli che hanno voglia di ascoltarlo. Millennio, l'album uscito qualche settimana fa, ha già venduto 70 mila copie, e non è un lavoro da ascoltare distrattamente. Fra tirate rock, ballate e blues, fra anatemi e confessioni poetiche o esistenziali, la voce di Finardi sembra richiamare imperiosamente, con la consueta mistura di rabbia e di dolcezza, all'ascolto della sostanza dei suoi testi: sia che parli del secondo figlio Emanuele di un anno e mezzo (Mio cucciolo d'uomo) dispiegando senza pudori i sogni e le paure della paternità, sia che si lanci in un'analisi impietosa della condizione umana dei Novanta (Millennio) con il linguaggio dotto dell'analisi sociologica. “Ovunque crollano gli schieramenti/ e si apre un'era/ di dubbi e di rivolgimenti/ c'è confusione nel mondo/ c'è instabilità/ sono finite le ideologie/ c'è spazio per le idee/ è morto il dogma, si può cercar la fede”, dice la canzone: ed è proprio grazie a questo nuovo contesto, spiega Finardi, che egli può tornare al successo, liberato dalle etichette che lo avevano perseguitato prima ed emarginato poi. La stoffa, però, resta la stessa: “Ma se sbagliando s'impara/ perché non imparo mai/ perché più sono sicuro/ più mi ficco dentro ai guai”, si chiede in Che uomo sarei; e anche la conversazione poi, rivela che non è cambiata la sua indole: la musica è sempre ribelle, ma diverso è l'approccio alla vita. Si sciolgono gli Spandau Ballett che fecero impazzire negli Ottanta le ragazzine, torna a galla Finardi, e rivela: «Due volte sicuramente, nella mia carriera, ho pensato di sciogliermi anch'io, come musicista. L'ultima volta, nell'87, ho avuto la percezione che se la mia serenità e quella della mia famiglia fossero dipese dal rinunciare a questo mio lavoro, l'avrei fatto. Poi ho visto che non era necessario, e che come per il personaggio di Extraterrestre non è andando su un altro pianeta che cambi le cose, ma cambiando la testa e il modo di lavorare. Per rifondarsi bisogna tornare indietro, dentro se stessi». Fra i segni della maturazione, Finardi mette simbolicamente anche l'aver mutato l'antico giudizio negativo nei confronti di Francesco De Gregori: “Scacchi e tarocchi fu per me una rivelazione, mi aiutò a capire un mondo; invidio ai cantautori storici la capacità della metafora che non posseggo. Non ho fatto il liceo classico, sono il prodotto di un'altra cultura, quella americana, che dice le cose senza girarci intorno; e non userò mai in una canzone una parola che non uso parlando. Prima rifiutavo i cantautori anche per senso di inferiorità, ora non più: a quarant'anni, arriva la consapevolezza di quel che sai fare e di cercare di farlo al meglio”. La confessione vale come una delle tante storie del rock. Storie che non sono mai cronache individuali.

Marinella Venegoni - «La Stampa», 13 dicembre 1991

Di Renzo Bacchini

Rielaborazione grafica di Roberta Di Martino

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