Nell'Arca del profeta Battiato

Marinella_Venegoni

La maggior peculiarità di Franco Battiato è stata quella di saper coniugare, meglio di chiunque altro, le anime della musica colta e avanguardistica con la musica popolare italiana. Dai testi forbiti e filosofici, passando dal progressive rock alla musica classica, sacra ed elettronica sino ad un pop sospeso fra divagazioni intellettuali e tendenze commerciali, la sua musica ha saputo spaziare in uno spettro di ampio spessore, soprattutto in base alle giovanili lezioni impartitegli privatamente dal maestro e amico Karlheinz Stockhausen (a cui ha dedicato un intero disco, Clic, del 1974). Anche i lavori più “leggeri” sono rappresentati da produzioni di musica colta che ha saputo sapientemente travestirsi in musica pop: in questo senso Battiato ha puntato e vinto sulla scommessa di produrre musica commerciale senza perdere la dignità culturale della propria proposta artistica. La Voce del padrone (1981), di cui in questo articolo Marinella Venegoni accenna descrivendoci un suo concerto live è, da questo punto vista, probabilmente il miglior lavoro che l’artista siciliano abbia mai prodotto.

Nell'Arca del profeta Battiato

Chissà se L'Arca di Noè di Franco Battiato è solo il titolo del suo ultimo disco, chissà se la sua personale Arca non nasconde inquietanti metafore sullo stato della musica “facile” italiana. Profeta benevolente, il cantautore imbarca in questa tournée (e anch'essa si chiama Arca) partita dallo stadio Ruffini, una larga schiera di musicisti, solisti e aspiranti al successo: Alberto Radius, Giusto Pio, Francesco Messina, perfino una danzatrice del ventre, però cosi tanto vestita da provocare ironiche richieste di “nuda, nuda” da parte del pubblico. Chissà che cosa spinge Battiato a portare sulla sua Arca cosi tante creature da salvare, nel diluvio discografico che regna. Forse una sottile e neppur tanto nascosta voglia di essere Noè, o un patriarca, o un dittatore delle note. Di cui è assolutamente padrone. La distensione con la quale sale sul grande palco, sbucando dalle cinque palme di plastica che costituiscono la scenografia, è contagiosa, una rilassatezza che ha scavalcato tutte le nevrosi del rock. Nessuna emozione traspare dal lungo naso che lo affligge: e, anzi, lui teorizza che l'emozione e la tensione falsano il rapporto con il pubblico. C’è da sospettare che il primo dei settemila spettatori accorsi a questa “opening night” nazionale sia lui stesso: che chiede invano ai suoi tecnici di spegnere le luci per gustare la magia dei mille cerini accesi sulla sua musica. E che dà quasi il via all'invasione pacifica del campo (assurdamente proibito per ”sicurezza” alla folla), e ride compiaciuto quando questa è avvenuta e ha riportato il magico feeling fra chi suona e chi ascolta. Umberto Eco della canzonetta, manager del ritmo, Franco Battiato a differenza di molti suoi colleghi ha i mezzi culturali e musicali per controllare i processi che gli si sviluppano intorno. Lo fa, anche in queste tournée, in modo totalmente disteso ma con il polso fermo del capitano. La scaletta parte con L'era del cinghiale bianco e Up patriots to arm, poi è subito Radio Varsavia e tutte le altre canzoni di quell'Arca di Noè che non ha venduto le tante copie che ci si aspettava. Ed ecco perciò un'esecuzione accuratamente uguale a quella del disco, con il coro dei cinque bravissimi “Madrigalisti” che si divertono un mondo. Anche i bis insisteranno sulla riproposizione di brani già eseguiti, L'esodo e Voglio vederti danzare, i più ritmati e coinvolgenti: come se dicesse “Andate a comperare questo disco, sentite che non è difficile neanche lui”. Il secondo tempo dello spettacolo, è il trionfo della Voce del padrone, con i mille sotto il palco che saltano e cantano assieme a Battiato a gran voce Cuccurrucucu Paloma e Bandiera Bianca e Il centro di gravità permanente. Chiude Temporary road, e l'annuncia con orgoglio: “E' quella con cui ho cominciato: la sapete?”». In chiusura, Battiato chiama sul palco un'altra delle sue creature, la Sibilla di Sanremo. Si vede, è pronto a far cantare anche lei: ma l'allieva non ha ancora imparato la lezione del maestro e fugge. La butteranno giù dall’Arca?

Marinella Venegoni - «La Stampa», 17 giugno 1983

Di Renzo Bacchini

Rielaborazione grafica di Roberta Di Martino

Proposte biblio-discografiche