Talk Talk

concerto_generico

   e ci incontreremo ancora, non lo so.
   Perciò prendi il mio eterno addio.
   Per sempre e per sempre addio.
   Se poi ci incontremo ancora, ne rideremo;
   se no, questo addio sarà stato ben fatto.

La storia dei Talk Talk può riassumersi sinteticamente nella realtà di una metamorfosi musicale, meravigliosa e imprevedibile nella storia del pop e del rock, che ha portato la band da una radicale aderenza alle mode musicali, nella prima parte della loro vicenda, ad una completa autonomia, nella seconda parte, che di fatto ne ha decretato la fine. Sembrerebbe un gratuito epitaffio, ma effettivamente così è stato. Confondendo le idee di tutti, se ne sono andati in silenzio, innovando coi loro ultimi dischi un panorama musicale che avrebbe compreso col tempo il seminale messaggio lasciato ai posteri. I Talk Talk vissero una delle carriere più schizofreniche della storia del rock. Si affermarono ai tempi del synth-pop con innocue canzoncine da ballo, ma in seguito svilupparono una musica-trance fra le più originali del loro tempo, che precorse il revival della musica ambientale. Così, si sono dileguati nella leggenda….

Mark Hollis, guida, cantante, autore e fondatore della band, compie i suoi primi percorsi musicali nella sua Tottenham, a Londra, insieme al fratello Ed, più grande di lui e già inserito nella realtà musicale del periodo. I due, col nome The Reaction, appaiono con un brano in una compilation di buon successo, tanto che ai due fratelli viene proposto di incidere alcuni demo: è così che al loro fianco vengono reclutati Paul Webb al basso e Lee Harris alla batteria, dando luogo al progetto che si chiamerà Talk Talk. Ma c’è una grande casa discografica, la EMI, che credendo realmente nelle loro potenzialità, offre un contratto per un album: The Party’s over (1982), che racchiude alcuni brani di buon successo inseriti nell’ambito new-romantico, di cui i Duran Duran erano già punta di diamante. L’album, ovviamente, si confonde nel grande calderone dei suoni sintetici alla moda e ai ritmi da discoteca new wave che a quei tempi andavano per la maggiore. Tuttavia, già il secondo album It’s my life (1984), più compiutamente maturo, contiene alcuni singoli, vere e proprie hits, che riscuotono un grande successo, specialmente in Italia: Such a shame, Dum Dum Girl, It’s my life ne sono l’esempio più eloquente. Una buona parte del disco contiene alternativamente episodi scialbi e altri più pregnanti, maggior cura negli arrangiamenti, specialmente nell’utilizzo delle tastiere e nella gamma espressiva, una crescita delle melodie del basso, unitamente ad una crescita evidente della sezione ritmica. Due anni dopo è la volta di The colour of the Spring (1986): titolo emblematico per descrivere una nuova primavera musicale in transizione verso nuovi approdi e sempre più lontana dai cliché di una stagione musicale ormai al termine. L’album, registrato in collaborazione con artisti del calibro di Steve Winwood all’organo e David Rhodes alla chitarra, conduce l’ascoltatore sulla strada di un di sonnambulismo in trance in cui una gemma come Happiness is easy, partendo da un docile pop-rock venato di blues, si trasforma ben presto e imprevedibilmente in una canzone sospesa e dalla forma libera, grazie all’uso degli archi e da un inaspettato coro di bambini che duetta con Hollis. E ancora, primeggiano in questo lavoro I don’t believe in you, una malinconica e trasognata ballata, April 5th e Chameleon day, in cui si denota con chiarezza l’ingresso di forme jazz libere. La voce di Hollis, ormai interprete unico, si fa tenue, sussurrata, malinconicamente consapevole e talvolta disperata, la musica è rarefatta e fragile e precorre consapevolmente la maturità di un gruppo che ormai è in grado di stare su di un piano differente, più in alto. Spirit of Eden (1988) contiene sei lunghe canzoni che vegetano in uno stato appena abbozzato. E’ interessante esaminare alcuni brani del lavoro, per comprendere meglio i segni di una svolta radicale della band: Raimbow, intessuta di vagiti di tromba ed elettronica che compongono droni da fine del mondo, impiega 3 minuti per rompere il silenzio glaciale in cui è immersa. Dal profondo di queste atmosfere si fanno strada fraseggi malinconici di blues di chitarra e armonica e un canto di tetra elegia. E lo stesso canto si perde poco dopo lasciando spazio ad accordi fugaci di pianoforte, organo, tromba, fisarmonica. Il sapore psichedelico che chiude il brano è calcolato con estrema lucidità e affonda fra i ronzii di una dozzina di strumenti che contribuiscono all’arrangiamento. Anche Eden non si discosta da questo trattenuto, rallentato e disorientante canone: i vari strumenti si spengono piano piano come se avessero perso la loro ragion d’essere, come se avessero smarrito lo spartito in una atmosfera di prolungata trance. Inheritance alterna tastiere leggiadramente sfarfallanti ad arrangiamenti che nulla hanno da invidiare alla musica da camera. E infine, la meravigliosa e dolcissima nenia I believe in you , un angelico capolavoro onirico e catartico in cui l’organo conduce una infinita matassa di accordi diretti verso un armonioso vortice contrappuntato dal coro celestiale che marca letteralmente la trance psichedelica, così immane, dai tratti universali e sovrumani. In tutti i brani del disco sono evidenti i riferimenti alla avanguardia free-jazz ed è giusto sottolineare che la composizione delle tracce ha visto alternarsi ben 17 musicisti, compresi clarinetto, oboe, harmonium, fagotto, violino, corno e il coro della cattedrale di Chelmsford. Spirit of Eden segna il trapasso radicale del gruppo verso una composizione non più di canzoni ma di nature morte o di una sorta di musica spirituale. Sembra incredibile che questo possa essere il gruppo degli esordi… Laughing Stock (1991), composto da sei tracce di immensa profondità e rarefazione, dilata ancora più i concetti del precedente album, scardinando fino alle estreme conseguenze la struttura della canzone tradizionale e quindi del pop-rock: i vari brani appaiono come leggere stratificazioni che variano fluidamente, i silenzi si fanno oscillanti e le vibrazioni sono pregne di sospensioni. Runeii, ultimo brano dell’album, invece di riportare i nostri ascolti fuori da un sogno, concede un ulteriore e profondo sonno disillusorio e minimale: la chitarra di Hollis si spegne fra le sue mani e così è per la sua voce e per le parole. Appena fuori da questi solchi si è compiuto il testamento dei Talk Talk. Difficile sarebbe stato, in effetti, attendersi un altro album di così compiuta bellezza e ampiezza: nel corso degli anni successivi uscirono alcune raccolte - Asides beside (1998), Missing pieces (2001) - senza di fatto spostare di una virgola il testamento lasciato in eredità. Nel 1998 Hollis publicò un album omonimo, rarefatto, sofferente, intenso di pudore sentimentale, fragilissimo nella voce e tuttavia coraggioso , calibrato a piccole dosi, una sorta di filo che si dipana, si perde e infine si ritrova. Poco tempo dopo lo stesso Hollis annuncerà l’addio al mondo della musica. Webb e Harris si produrranno in un progetto chiamato O’Rang, con il quale daranno alle stampe due album. La carriera schizofrenica dei Talk Talk rappresenta uno dei capitoli più interessanti e accattivanti della musica: se passarono come ottimi interpreti dal sinth-pop, con innocue canzoncine da ballo, allo sviluppo della trance music, gettarono le basi, forse inconsapevolmente, per quel movimento che dopo di loro si sviluppò in modo germinale e prese il nome di ambient music.

Di Renzo Bacchini

Proposte biblio-discografiche